Amadou e quella Verona che non ha voluto amarlo abbastanza

Ne hanno parlato un po’ tutte le testate di questa morte, ennesimo, ultimo, inconsolabile “no” in un’esistenza scritta dai rifiuti. Amadou Kamara se ne è andato il 13 febbraio a 24 anni. Viveva per strada, scambiava sorrisi leggeri con i volontari della Ronda della Carità, sognava di avere tanti figli. L’ha ucciso una tubercolosi curata troppo tardi, in una Verona intenta a celebrare l’amore plasticato perché, forse, non sa più come relazionarsi con quello necessario.

Non l’abbiamo visto il “buco”, i nostri occhi non si sono appoggiati su quel doloroso pertugio, ma l’abbiamo guardato nei video veloci che fanno l’inventario di una sofferenza mai lamentata. Qualche coperta sporca allude già abbastanza alle infinite notti di gelo trascorse nel sottoscala vicino alla chiesa di San Zeno, in Zai.

Chissà Amadou, mentre moriva, nel letto dell’ospedale di Borgo Roma se ha pensato alla Guinea dei genitori, dov’è nato e dove a nove anni si è scoperto orfano e solo. Oppure se con la mente ha ripercorso la durezza delle miniere in Kenya dove ha lavorato a soli 12 anni, come il bambino-adulto che ha imparato subito ad essere. Magari, nel sapersi finito per “quell’influenza” come diceva lui, ha ricordato i giorni della Costa d’Avorio, quando si è innamorato della donna che sarebbe diventata la madre di suo figlio. Voleva sposarla, fare altri bambini, desiderava – rivelano ai giornali i suoi “fratelli” della Ronda della Carità – lavorare nell’Italia che si era conquistato attraversando gli orrori della Libia, e quelli, così nostri, del Mediterraneo.

Crotone, il Cas di Costagrande, quello di Buttapietra e poi, quando gli è stata negata la richiesta di asilo, la strada: questo il suo destino breve e tragico, comune a tanti, ormai tragitto quasi scontato da leggere e da dire. Amadou Kamara, 24 anni, l’abbiamo conosciuto per interposta persona, per le storie e i ricordi detti ai giornalisti, riassunti piccoli e disperati di una vita, più che dimenticata, mai neanche esistita tra le sinossi delle nostre. Nel cicaleccio di cuori e mongolfiere, di sentimenti aggrediti dall’ostentazione dovuta, cosa dire di una città che lascia morire i sogni, anche d’amore, di un ragazzo che ha contribuito a silenziare? Per l’Italia dei decreti sicurezza, per la Verona degli stabili vuoti e inutilizzati, non era niente la sua vita, ma cosa rimane della nostra ora che abbiamo, senza intervenire, permesso la sua fine?