Alberto voleva solo prendere il treno

Giovedì 3 gennaio. Sono circa le quattro e un quarto del pomeriggio e fa quel freddo duro al quale, ormai, ci ha abituato questo inverno. Alberto Brunelli, 30 anni, in sedie a rotelle dalla nascita, ha finito di lavorare e deve prendere il treno per tornare a casa. Di mestiere fa il consulente legale in una grande azienda che ha una delle sedi ad Arcole. Nella stazione di San Bonifacio un improvviso cambio di binario, derubricato a semplice scocciatura per pendolari e passeggeri, diventa, invece, per lui, una piccola-grande odissea di fatica.

Tra una cosa e l’altra quel giovedì è riuscito ad arrivare a Negrar, dove abita, solo alle otto e mezza di sera. Un cambio di binario, che sarà mai? Per Alberto ha voluto dire cercare di capire subito,”nel giro di due minuti”, come raggiungere il nuovo binario di destinazione dove, tra l’altro, “non c’era la possibilità di accedere con il carrello elevatore”. Dopo aver fatto i miracoli per non perdersi il treno, ha scoperto pure che la pedana elettronica non riusciva a raggiungere il marciapiede e quindi, senza tanti complimenti, il trentenne è rimasto lì, ad aspettare il treno successivo (in programma mezz’ora dopo). Per completare il disagio ci si è messo anche il ritardo accumulato da quest’ultimo. Alberto, quando finalmente è riuscito ad approdare nella stazione di Porta Nuova aveva ormai perso da un pezzo la coincidenza con il bus. Di tasca sua, ha dovuto prendere un taxi.  Poi “ho puntato i piedi e, telefonando anche ai vertici di RFI, sono riuscito a farmi dare almeno i soldi della corsa”. 

 

Non può essere catalogata come sfortuna, la sua vicenda parla di un’accessibilità detta (RFI, in un circuito di 280 stazioni gestisce servizi di assistenza tramite 14 Sale blu, punti di accoglienza e organizzazione) ma non sempre modellata sulla realtà. Così, al primo imprevisto, una persona perde il diritto semplice, quasi banale di tornare a casa.

“Se salta anche solo una virgola nella prenotazione del biglietto (Rete Ferroviaria Italiana raccomanda alle persone con disabilità di prenotare l’assistenza almeno 24 ore prima del viaggio, direttamente attraverso la compagnia ferroviaria, ndr) il viaggiatore con ridotta mobilità, magari pure pendolare lavorativo, rischia di rimanere a terra” lo dice con voce amareggiata il giovane, reduce da una disavventura ingiusta, ennesimo ostacolo di una vita passata a cercare di non dipendere troppo, a tentare di chiedere il meno possibile.

Alberto non è il solo. C’è un hashtag che sintetizza la prostrazione “ferroviaria” di tante persone disabili. #vorreiprendereiltreno, oltre ad essere un inventario dei tanti, spiacevoli episodi che accadono ogni giorno nelle stazioni italiane, è anche una Onlus dal 2015. L’ideatore, il toscano Iacopo Melio, (recentemente in libreria per Mondadori con Faccio salti altissimi)da anni sensibilizza sul tema dell’abbattimento delle barriere non solo architettoniche ma soprattutto culturali. Una pedana elettronica che non permette l’accesso al treno è, infatti, un diritto calpestato: quello di muoversi sul territorio nazionale liberamente (come tra l’altro è anche scritto nella Costituzione, all’articolo 16).

“L’autonomia, l’inclusione lavorativa rimangono miraggi”, o, comunque, sogni a metà se non vengono completati da una politica accessibile seria e non solo di forma. Perché non si può andare al lavoro con lo stress perenne di sapere che il ritorno a casa, ogni settimana può essere un frustrante rebus.

 

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