Assassinio dell’ambasciatore: la testimonianza di Padre Eliseo Tacchella

Questa mattina nella Repubblica Democratica del Congo è stato assassinato l'ambasciatore italiano Luca Attanasio. La testimonianza di padre Eliseo Tacchella, comboniano, che con l'ambasciatore aveva avuto contatti diretti.

Questa mattina nella Repubblica Democratica del Congo è stato assassinato l’ambasciatore italiano Luca Attanasio. Era tra i più giovani ambasciatori al mondo, classe 1977. Aveva iniziato nel 2003 una carriera brillante, dagli studi in Bocconi fino al ruolo di ambasciatore della Repubblica Democratica del Congo dal 2017. Fra le prime ipotesi riportate dai media internazionali quella del tentativo di sequestro. Con l’ambasciatore ha perso la vita anche un carabiniere, Vittorio Iaccovacci.

Eliseo Tacchella, padre comboniano originario della Valpantena, per oltre trent’anni ha lavorato in Congo e in passato aveva avuto contatti con l’ambasciatore Luca Attanasio.

Padre Eliseo, che testimonianza ci può dare dell’ambasciatore Attanasio?

«Nonostante io fossi in Italia, conoscendo la mia esperienza in Congo l’ambasciatore mi ha cercato più volte per chiedermi notizie di cosa succedeva in Congo. Io sono qui in Italia, ma avevo iniziato a mandargli comunque notizie: ricordo di quando avevo saputo di una missionaria, morta in un attentato, girandogli immediatamente la notizia. Lui mi disse: “Perché non me l’hai detto prima? Forse potevamo fare qualcosa!”».

«Si vedeva che era una persona che voleva far qualcosa, non stare alla finestra a guardare. Ci sentivamo di frequente, ogni volta che avevo una notizia gliela mandavo. Mi dispiace veramente tantissimo, parliamo di una persona estremamente positiva, un vero attivista sul campo».

«Riguardo all’evento tragico di questa mattina, è importante sottolineare che l’attacco è avvenuto in una zona estremamente pericolosa, mi chiedo come mai abbia attraversato quella zona con una vettura normale: solitamente si utilizzano mezzi blindati, perché è all’ordine del giorno che in quel tratto accadano episodi del genere».

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Lei conosce bene il Congo: quali tensioni possono aver causato questo attentato?

«Il Congo ha una sfortuna enorme, quella di essere estremamente ricco. Possiede ricchezze minerarie incredibili, ad esempio l’80% del coltan mondiale. È una regione oggetto delle bramosie di tutti i governi del mondo. Questo è il primo problema del Congo. Possibile che non si riesca a portare un po’ di ordine? Mamadou Ndala, un generale, una figura carismatica, ci ha provato ed è stato fatto fuori ormai nel 2014. Sai, come Thomas Sankara e altri grandi presidenti che non hanno fatto i favori delle multinazionali».

«Un altro fatto grave è che sui media internazionali non si parla del dramma del Congo: solo a Beni, un centro abitato nel nord del Congo, più di 4000 persone sono state massacrate negli ultimi anni. Speriamo che questo evento tragico possa risvegliare la stampa mondiale per denunciare le assurdità che accadono in questo paese».

Ha mai avuto paura in questi anni?

«Si, ma la paura viene sempre dopo. Sul momento ti senti forte, poi ti tremano le gambe».

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In Congo hai fatto un’opera straordinaria, Congo Skill. Da tanti anni porti istruzione, solidarietà, educazione grazie all’aiuto di tanti volontari. Raccontaci la tua missione.

«Il 70% delle scuole in Congo sono in mano alla chiesa. Questo è una dato che significa tanto. Noi comboniani pensiamo che l’aiuto fondamentale che possiamo dare è la formazione. In Congo il 50% dei ragazzi non va a scuola. Il nostro lavoro di missionari è proprio questo qui: aiutare i giovani a ricevere un’istruzione. Ed è chiaro che al governo non interessa: chi è ignorante è più facilmente assoggettabile e manipolabile».

«Congo Skill è un’associazione che ha preso vita a Kinshasa, poi da lì siamo cresciuti, con l’obiettivo appunto di dare una formazione ai più giovani. Il sapere è fondamentale: quando un ragazzo trova il suo posto, trova qualcosa di buono, non ha neanche più bisogna di scappare, di migrare. È dalla formazione che nasce il futuro. Sono nate perfino delle scuole per i meno giovani, adulti lavoratori che non hanno avuto la possibilità di studiare».

«Ricordo un ragazzo, uno studente della scuola, che un giorno mi disse: “Padre, io non sento più il bisogno di andare in Europa. Sento che il mio futuro è qui”».

In generale è un popolo che può guardare al futuro con ottimismo?

«C’è una gioventù forte, numerosa, robusta. Bisogna far conoscere che in questo momento storico l’Africa è profondamente sfruttata. Ad esempio le miniere devono essere certificate. L’Europa ha stilato di recente una lista di minerali che devono essere certificati, ma casualmente ha dimenticato il cobalto. Questo sfruttamento, quest’ingiustizia, a sua volta genera altra ingiustizia».

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