Asili privati in crisi, l’appello delle strutture veronesi

Chiedono un programma biennale di finanziamento le proprietarie degli asili privati veronesi, messi in ginocchio insieme a molte altre aziende dall'emergenza Coronavirus: «La cassa integrazione in deroga non è sufficiente».

Sono tante le strutture per l’infanzia private che, nell’incertezza della situazione attuale, stanno mettendo in campo ogni possibile risorsa per sopravvivere. Con enormi difficoltà, visto che baby parking, ludoteche, nidi in famiglia e associazioni si ritrovano improvvisamente senza entrate, ma nella situazione di dover fronteggiare costi ai quali non possono sfuggire.

«Assicurazione annuale, consulenti paghe, commercialista accreditamenti, HCCP e RSPP sono esborsi importanti, ma che servono a garantire alle nostre strutture un servizio di qualità che, oltre ad essere richiesto per l’accreditamento regionale, rappresenta una sicurezza per i genitori – fanno sapere le titolari di strutture della provincia di Verona, che in questi giorni si sono unite per sollevare il problema, e portarlo all’attenzione delle Amministrazioni -. Questa serie di costi fissi, decisamente onerosi, in un momento in cui le entrate sono limitate, rischiano seriamente di minare il nostro futuro».

Alcune delle strutture hanno ricevuto il pagamento delle mensilità per questo mese di chiusura, ma si tratta di somme che potranno essere in parte rimborsate alle famiglie, per mancata erogazione del servizio. Si stima che solo nel veronese le strutture private siano circa il 70% del totale. «Sulla carta potranno anche essere definiti asili privati, ma nella realtà dei fatti quello che viene offerto è un servizio di rilevanza pubblica, che merita di essere considerato come tale – continuano le referenti del gruppo, che da giorni cercano di capire come muoversi, per tutelare le proprie realtà, e i bambini che ogni giorno le popolano -. Non ci si pensa, troppo spesso, ma gli asili nido hanno un impatto decisivo sullo sviluppo dei più piccoli. A scuola, infatti, intraprendono un percorso educativo, di socializzazione e crescita, che li forma al confronto. Competenze fondamentali, e che vanno oltre la pre-scrittura e le capacità logico-matematiche».

«È complicato per tutti, ma non sapendo quando questa crisi finirà noi non siamo nella condizione di saper dare delle risposte. Ai genitori in primis. Cerchiamo di resistere, ma tante di noi rischiano di essere costrette alla chiusura definitiva. E se dovesse andare così, il problema sarà davvero reale, davvero ampio. Dove andranno questi bambini, che già sono più di quanti ne possiamo ospitare nei nostri nido? – continua Ilaria Gelain, titolare del Micronido “Oasi Felice” di Verona, che da settimane è al fianco di decine, centinaia di colleghe, per cercare di raggiungere una soluzione, insieme -. Se già in una situazione normale la lista di attesa per trovare posto in un nido è di due anni, con meno asili nido a disposizione la realtà sarà drammatica, per tutti. Non solo per noi, che probabilmente al 2022 non ci arriveremo, ma per la società intera. La chiusura di queste strutture avrà un eco importante sul mondo del lavoro, e non solo. Sempre meno genitori potranno tornare alla propria mansione, creando buchi di personale e disagi che non so come saremo in grado di colmare. Senza parlare delle migliaia di educatrici che rimarranno senza lavoro, e che non avranno mai occasione di trovarlo nuovamente, essendoci sempre meno strutture».

Il movimento che è nato in Veneto in questi giorni non è di certo un unicum. È settimane che, in tutto il Bel Paese, i nidi e tutte le realtà ad esso assimilabili hanno iniziato a far sentire la propria voce alla ricerca di tutele. Di un sostegno fondamentale, in questo momento storico così complesso, che possa garantire loro di poter continuare a fare il proprio lavoro. «Perché questa, in realtà, è l’unica cosa che conta – concludono -. Per questo motivo siamo alla disperata ricerca di risposte, e di un’indicazione, oltre che di un supporto materiale. Vorremmo sapere come dovremo comportarci in futuro, se saremo così fortunate da poter riaprire, ma soprattutto come agire ora».

Per garantire vicinanza e presenza molte realtà si stanno impegnando per proporre quotidianamente attività e giochi educativi. «Quello che possiamo fare è studiare una tabella di iniziative, in modo da fare del nostro meglio per erogare, comunque, il servizio. Supportando le famiglie in questa fase ancora tutta in definizione – propone Martina Donatelli, titolare del nido “Karibu” di Pescantina (VR) -. La volontà di esserci, e di continuare il nostro lavoro c’è. Speriamo di poter continuare a farlo, con l’energia e la buona volontà che abbiamo sempre messo, nel corso del tempo».

Quello che emerge dalla battaglia portata avanti dalle educatrici e titolari di nido è una grande voglia di vedere positivo, e di credere che l’unione possa, davvero, fare la forza. «Siamo solidali con le famiglie, perché quello che sta succedendo è un dramma e una difficoltà quotidiana anche per loro – conferma Florenza Pollice del micronido “Il Paese degli Elfi” di Bussolengo -. Per questo chiediamo al Comune, alla Regione e allo Stato di avere cura di noi, e di non abbandonarci: sarebbe come abbandonare migliaia di famiglie italiane ed, eticamente, non possiamo permettercelo».

La richiesta è precisa: un programma biennale di finanziamento, che permetta a queste realtà di risollevarsi, e di rimettersi in moto. Combattendo l’incertezza del futuro. Perché la cassa integrazione in deroga non è sufficiente: restano comunque gli importanti costi già citati, oltre a quelli di bollette, mutui e affitti. «Abbiamo bisogno che venga varato un decreto immediato, che permetta a titolari ed educatrici di rispondere alle domande dei genitori che, ad oggi, non possono avere risposta – ha concluso Martina Carazza del micronido “Ochetta Martina” di Sant’Ambrogio di Valpolicella -. Una strategia univoca, insomma, e con un preciso orizzonte temporale».