Adrian VS Marlon

Ieri sera su Canale 5 la prima puntata di “Adrian” cortometraggio animato di Adriano Celentano e del suo mini show di presentazione dal Teatro Camploy di Verona, mentre su Raidue andava in onda la versione integrale del film di Bernardo Bertolucci “Ultimo Tango a Parigi” con Marlon Brando. Quando la Tv non è solo un elettrodomestico acceso che fa rumore, ci fa riflettere ed ha bisogno di un giusto tempo per farsi capire.

Giorni ormai che l’attesa ha disegnato, per lo meno la curiosità, per capire qualcosa di questo “evento” (non bastano quelli nei territori, anche in tv ormai ne siamo invasi!): strategia o vuoto comunicativo non importa, ieri sera in molti davanti alla tv per vedere “Adrian”, o meglio per vedere se si vedeva Celentano, e se si vedeva Celentano al Camploy, meglio ancora Celentano al Camploy a Verona. Nulla di tutto ciò. Nel mini show in diretta che ha preceduto la presentazione del cortometraggio animato il Teatro Camploy era semplicemente il contenitore, Verona non si è vista, Adriano Celentano è comparso qualche minuto sul palco prima del suo personaggio animato. Sul palco atmosfera, seppur ironica e farsesca, da “fine del mondo” o giorno del Giudizio, in fila buoni e cattivi per essere selezionati, un’arca sul mare fa da sfondo; in teatro, un po’ per conformazione dello stesso, un po’ per lo scherno che la “farsa” impone come genere, sembrano gli spettatori attori, protagonisti, e gli attori giudicano dal palco. Mah….dovrei guardare ma non mi prende. Sorvolo.

Scopro che su Raidue c’è in programma il capolavoro di Bernardo Bertolucci in versione integrale “Ultimo Tango a Parigi” con Marlon Brando e Maria Schneider, un film mito del maestro del Cinema, con un Brando da urlo, intenso, maledetto, fragile, una storia d’amore romantica, violenta e dissacrante, il racconto di vite dolorose e incomprese, a tratti superficiali, che si nascondono nella sessualità come caverna, rifugio istintivo e primordiale. Un film che quando è uscito negli anni Settanta è stato messo al rogo dalla società e dalla critica, eretico ed ermetico al tempo stesso, non capito, tacciato di scandalo dalla società, dal perbenismo borghese di quel tempo (oggi sul web c’è ben di peggio e senza un messaggio).

Rigiro su “Adrian”: mi ritrovo dentro al cortometraggio animato, i tratti sensuali dei protagonisti disegnati da Milo Manara legano l’atmosfera con il film di prima, mi metto a guardare con attenzione. Da Parigi a una città immaginaria del futuro, a un quartiere vecchio, quattro case a ringhiera come quelle di Milano, residui di una società antica, di antichi valori, luoghi simili all’appartamento vuoto dove Brando e la Schneider si rifugiano, agli interni di una Parigi in declino morale e spaventata, fragile. Mi confonde. Torno sul film. Un primo piano di Marlon Brando che struggente e magnifico piange in silenzio ricordando una vita che non ha più, il filo sottile che lega il bene e il male delle esistenze, e la gente che guarda socchiudendo la porta, spiando dal pianerottolo.

La stessa società ottusa e omologata che l’eroe Adrian, in un primo piano fiero e con aria di sfida, vuole svegliare la ritrovo quando torno su Canale 5… No, un momento, che sta succedendo! Mi rendo conto che ho costruito un unico film, allora mi fermo e cerco di capire come sempre sono abituata a fare, metto in dubbio quel che piace e non piace lo sollevo dal giudizio e rifletto. La storia dell’arte mi ha insegnato che c’è sempre un tempo diverso, più lungo, una giusta distanza, per comprendere il manifestarsi della creatività dell’uomo: Van Gogh veniva deriso perché le sue opere erano brutte ed escluso dalla società, da ogni forma di dialogo, di ascolto, quell’ascolto negato che rappresenta l’orecchio tagliato. Quel dolore muto e violento di Paul (Brando) per il suicidio della moglie forse non è distante dal “vietare l’ascolto della canzone di Adrian”, perché l’amore, l’arte sono poteri che fanno paura, ci confondono, sono senza regole. I dont’ know.

Così, se ci sono voluti molti decenni perché venisse compreso il film di Bertolucci e fosse tolta la condanna di eresia, il progetto di Celentano, seppur ancora frammentario e confuso, prende forma, quella di paradosso. Una stanza piena di specchi. Andare in teatro, pagare un biglietto per guardare in uno schermo una proiezione, che non è andare al cinema, è diverso, è riflessione -“guarda che cosa ti sto facendo fare” – sul palcoscenico gli attori sembrano svolgere la funzione di coro (la coscienza) e quello che va in scena ha il sapore e la forma di una Tragedia Greca, con tanto di mito che si manifesta in un cortometraggio animato. Più generi che si uniscono, forse per crearne uno nuovo.

Forse capiremo più avanti, quello che ora appare frammentario; forse il nostro Teatro Romano si sarebbe prestato ancora di più: dietro c’è il fiume e un’arca gigante sull’Adige avrebbe fatto da controscena magnifica, a volte i luoghi hanno molto di più della finzione scenica. Aspettiamo.