Cybercondria, l’ipocondria ai tempi dell’autodiagnosi

Secondo una ricerca del Censis del 2012 (l’ultima prodotta sul tema), il 32,4% della popolazione italiana ricerca i propri sintomi su internet. Questo atteggiamento, sempre più diffuso, ha un nome ben preciso: cybercondria. Ne abbiamo parlato con la psicologa psicoterapeuta veronese Paola Barone.

Si tratta del bisogno di ricevere subito una risposta alla proprie ansie, alla paura di avere qualche malattia: l’evoluzione digitale dell’ipocondriaco di una volta, de “Il Malato Immaginario” di Moliere. Per chi lo ricorda, è il volto di Alberto Sordi, terrorizzato, sconvolto, sgomento quando, nel film tratto dalla pièce teatrale del commediografo francese, interpreta Argante, un ricco proprietario terriero con la convinzione di essere malato Ma la sua malattia non è altro che il mero frutto dell’ipocondria e dell’immaginazione. La pratica di fare un’autodiagnosi online, senza bisogno di alcun medico coinvolge molte più persone di quanto si creda e comporta, a lungo andare, per chi ne ha l’abitudine, diverse difficoltà a discernere la realtà dalla “fantasia”. Non è solo sbagliato, è dannoso e pericoloso al tempo stesso. Un raffreddore si trasforma in una polmonite, un forte mal di testa in un tumore al cervello, un formicolio alle mani in una rara malattia nervosa. L’automatismo con cui si arriva a deliberare una prognosi medica è disarmante. In alcuni casi però, è un campanello d’allarme che deve essere ascoltato.

Cos’è la Cybercondria?
La Cybercondria è un termine nato recentemente, deriva dall’unione delle parole “cyber” e “ipocondria” e si riferisce all’ansia nel ricercare informazioni mediche e sintomatologiche nel web. Il “Cybercondriaco” è vittima di un interesse morboso per la medicina on-line. Si autosuggestiona e sviluppa preoccupazioni sulla propria salute riguardo alle più svariate patologie.

Sono molte le persone che cercano su internet i propri sintomi?
Da uno studio recente, si rileva che sei adulti su dieci si rivolgono al web anziché al proprio dottore quando avvertono un qualsiasi disturbo. Circa 17 milioni di italiani cercano diagnosi cliniche su Internet, ma una percentuale sempre più alta lo fa in modo compulsivo tanto da convincersi di avere qualche patologia e così, una semplice cefalea tensiva si trasforma in un tumore, un dolore al petto in un infarto e così via.

Perché il Dottor Google non potrà mai essere efficiente come il proprio medico?
Il Dottor Google non può rivestire lo stesso ruolo del medico, anzi incrementa l’ansia perché il contatto umano e la presa in carico sono completamente assenti. Le “specializzazioni mediche” hanno certamente migliorato la ricerca e la cura delle patologie, ma hanno diminuito in maniera considerevole il rapporto umano medico-paziente. Ci sono ancora medici di base che scelgono di visitare e incontrare da “persona a persona” il paziente prima di inviarlo allo specialista, costruendo così un rapporto di fiducia e di rassicurazione.

Chi sono gli ipocondriaci digitali?
Ci sono due tipologie di persone che si “affidano a internet”. Chi lo fa superficialmente prima di andare realmente dal medico per tamponare il livello d’asnsia e chi, per paura di affrontare la realtà ripara su quella virtuale e, a questo punto si possono definire veri e propri “ipocondriaci virtuali”.
Dottor Google riceve sempre e fornisce risposte su qualsiasi argomento di tipo medico senza una relazione umana. In una dimensione di questo genere, l’ipocondriaco trova “pane per i suoi denti” proprio perché nessuno ostacola il suo ”disagio”. Nessuno lo spinge a capire la radice delle continue domande sul proprio stato di salute, e così la sua ricerca spasmodica su internet diventa un loop senza fine.