Il posto delle donne alle prossime elezioni

Le donne in politica sono tante, ma non abbastanza. I dati raccolti dall’ESPR, il Servizio di Ricerca del Parlamento Europeo ci raccontano una storia fatta di successi e speranze, ma anche di strade in salita ancora da percorrere.

Al terzo piano dell’edificio intitolato ad Altiero Spinelli in Rue Wiertz a Bruxelles, c’è un lungo corridoio decorato con i ritratti di tutti i presidenti del Parlamento Europeo. Alla luce delle manifestazioni che lo scorso 8 marzo hanno riportato al centro del dibattito la questione della rappresentazione femminile in politica, una cosa salta all’occhio: sono solo due i volti di donna incorniciati alla parete.

Dal 1952, data di nascita dell’istituzione, Simone Veil e Nicole Fontaine sono, infatti, le uniche donne ad aver ricoperto il ruolo di Presidente del Parlamento Europeo. La storia si ripete anche a Berlaymont, il palazzo in cui ha sede la Commissione Europea, che ad oggi non ha mai avuto a capo una donna.

A più di cento anni da quando la Finlandia, primissima in Europa, diede il diritto di voto alle donne (1907), la popolazione femminile continua ad essere sottorappresentata, in politica e nella vita sociale, non solo nelle grandi istituzioni, ovviamente, ma anche a livello locale.

Tutti (e tutte) i leader mondiali hanno preso atto della necessità di un’azione concreta che risollevi le statistiche – e, possibilmente, anche le sorti delle donne che si trovano ai vertici.

L’Unione Europea ha fatto della lotta per la parità di genere una delle sue priorità, stabilendone l’importanza in quanto questione di democrazia e di giustizia: dopotutto, le donne compongono il 50% della società civile, e la logica suggerisce che a loro spetti una buona metà dei posti in prima fila nel teatro del potere, politico e non solo. Da un mero 16,6% di donne elette nel 1979, anno della prima elezione diretta del Parlamento Europeo, la percentuale è salita al 35,8% alle ultime tornate elettorali nel 2014. Fino a raggiungere il picco di 36,1% durante la legislatura attuale, ci dicono i dati riferiti a febbraio 2019. Meglio della media globale e di quella dei parlamenti nazionali dell’UE, che si ferma al 30,2%.

Anche la Commissione Europea ha ancora molta strada da fare per quanto riguarda l’uguaglianza di genere: attualmente, solo 9 dei 28 Commissari sono donne. Una di loro, la nostra connazionale Federica Mogherini, oltre ad essere l’unica donna vice-presidente della Commissione, è anche Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza.

Tutti ottimi risultati, ma sarà sufficiente?

Per esempio, la situazione dei parlamenti nazionali non è ancora a regime; i dati tendono a variare molto tra Stato e Stato, ma la regola generale è che ovunque i parlamentari sono più spesso uomini che donne. Tra le nazioni europee, sono Spagna, Svezia e Francia a fare da apripista in fatto di uguaglianza di genere, con rispettivamente il 52,4%, il 52,2% e il 48,6% delle donne al potere.

L’Italia si trova molto più in basso in questa classifica, proprio accanto a Cipro, entrambe con il 16,7%. Peggio di noi fanno in pochi, come ad esempio Ungheria e Malta che hanno rispettivamente solo il 7,1% e il 12% di parlamentari donne. E solo tre Stati membri hanno donne come primi ministri: Germania, Romania e Regno Unito.

Proprio per questo motivo, c’è chi spera che le prossime elezioni europee (dal 23 al 26 maggio) siano il tanto atteso punto di svolta.

E di certo il cambiamento deve includere le modalità in cui la politica si ripropone di rispondere alle domande tanto degli elettori quanto delle elettrici: a partire dai sondaggi post-elettorali del 2014 sappiamo, infatti, che le donne hanno votato meno rispetto agli uomini (41% contro il 45%); ed è compito della politica interrogarsi sul perché.

Le strategie per chiudere, o almeno ridurre, il gender gap in politica ci sono già, e sappiamo che funzionano. Ne sono testimoni l’EIGE, il comitato di esperti che fornisce consulenza sulla parità di genere a livello europeo, la European Women’s Lobby (EWL) e l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, che negli anni hanno identificato e promosso una serie di buone pratiche e misure che i governi, i parlamenti, i partiti politici e la società civile in generale possono adottare per migliorare l’equilibrio di genere nella rappresentanza politica.

Si va da misure “dure” come modifiche sostanziali dei sistemi elettorali e quote di genere stabilite per legge, a misure “soft” come l’introduzione di quote volontarie per i partiti e strumenti come formazione, mentoring, finanziamenti e generale supporto alle candidate donne, in particolare per quelle più giovani e per coloro che rappresentano gruppi minoritari.

In particolare, EWL ha lanciato la sua campagna 50/50: già messa in moto per le elezioni europee del 2009 e del 2014, il suo obiettivo è quello di sottolineare l’importanza che partecipare alle prossime elezioni può avere, soprattutto in quanto donne.

Nella speranza che questa volta sia quella buona.