Rinnovabili, l’energia prodotta dai batteri

Ricavare energia elettrica dai batteri: è questa l’innovativa idea messa a punto da un team di studenti dell’UniTrento. A ritirare la medaglia d’oro presso il MIT di Boston, anche Riccardo Corbellari, giovane originario di Vendri. A lui la parola per raccontare l’impegno, la fatica e l’orgoglio di questa appassionata squadra vincente.

A colpire è la passione, quella autentica, che guizza nello sguardo di chi, dopo un’estate trascorsa in laboratorio, tra le mille scadenze da rispettare e i turni fatti anche di notte, parla con orgoglio del proprio lavoro. Del valore delle proprie idee. Riconosciuto anche dal MIT, il Massauchussets Insitute of Technology di Boston, una delle più prestigiose università di ricerca al mondo, che da vari anni è promotore di iGEM (International Genetically Engineered Machine): una competizione internazionale di biologia sintetica rivolta a studenti di tutto il mondo.
Anche quest’anno il CIBIO, il Centro di Biologia Integrata dell’Università di Trento, ha partecipato a questa importante manifestazione con un team di sette studenti. E anche quest’anno, il loro impegno è stato premiato.

È Riccardo Corbellari, giovanissimo laureato in Biotecnologie presso l’ateneo trentino ma originario di Vendri, a parlarci di questa avventura, di come può nascere un’idea vincente e di come è possibile che una calcolatrice funzioni grazie a dei batteri.
“Solar pMFC, A Microbial Fuel Cell with a light-driven E. coli engine” è il nome del prototipo realizzato da Riccardo e dai suoi compagni di avventura, Alessandro Turcato, Elisa Godino, Claudio Oss Pegorar, Silvia Galvan, Veronica Pinamonti e Moreno Zolfo. «Consiste in un sistema biologico- spiega Riccardo Corbellari- che sfrutta la luce solare per produrre energia elettrica, ovvero un prototipo di pannello biofotovoltaico che utilizza dei batteri ingegnerizzati».
L’idea, scelta tra le tante proposte avanzate dai ragazzi del team, è stata selezionata nella fase iniziale del progetto, sotto la guida di alcuni professori dell’Università di Trento, che hanno messo a disposizione degli studenti le proprie competenze.

Il progetto ha visto i ragazzi impegnati da giugno a settembre: nella prima fase di brainstorming gli studenti del team si sono confrontati assieme, per selezionare l’idea da realizzare. Energy è stato l’ambito prediletto, e lo sviluppo di nuove fonti di energia rinnovabile attraverso la biologia sintetica la sfida colta da questo gruppo di ambiziosi giovani.
Tanto l’impegno profuso da parte di questi ragazzi che hanno deciso di indossare il camice e di mettersi in gioco.

«Il lavoro che abbiamo svolto in laboratorio- ci spiega Riccardo, è stato una corsa contro il tempo: ad agosto eravamo gli unici in università. Ci hanno persino dato le chiavi (ride, ndr), anche perché ci siamo spesso ritrovati a fare i turni, anche alle quattro di mattina, per condensare in una giornata protocolli che di solito si realizzano in 3 o 4 giorni. Riuscire a realizzare un prototipo funzionante in così poco tempo non è cosa da poco: in tre mesi siamo riusciti a creare un sistema capace di vivere in assenza di ossigeno e che grazie alla luce solare può produrre energia elettrica. Quasi non riuscivamo a crederci quando siamo riusciti ad accendere un timer da laboratorio e far funzionare una calcolatrice!».

A fine settembre poi è arrivato il momento di volare a Boston, per confrontarsi con i 280 team che hanno partecipato all’edizione 2015 di iGEM. Una commissione di giudici composta da biotecnologi e biologici sintetici ha valutato le proposte di studenti provenienti dai cinque continenti e ha decretato il suo verdetto: non solo la medaglia d’oro per il team trentino ma anche due importanti nomination nella categoria Best Energy e Best Innovation in Measurements.

«I riconoscimenti ottenuti sono un grande risultato per noi: sappiamo che è solo un piccolo passo, ma ci auguriamo che possa indicare la strada per nuovi sviluppi nel campo della biologia sintetica e dell’energia alternativa. Grazie ad iGEM 2015 abbiamo potuto confrontarci con studenti di tutto il mondo, e vivere la forma più stimolante della competizione. Abbiamo incontrato team cinesi, tedeschi e americani, team formati anche da 50 persone, che coinvolgevano anche sei dipartimenti diversi. Noi, nel nostro piccolo però, siamo riusciti a dimostrare che spesso è la passione a fare la differenza e che l’università italiana, spesso criticata, offre invece una preparazione molto vasta, che fa degli studenti italiani dei laureati molto richiesti, anche all’estero».

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