Al Sacro Cuore Don Calabria di Negrar la “fucina” dei radiofarmaci

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L’ospedale della Valpolicella ha avviato produzione gratuita e distribuzione di medicine anti-tumore. Contengono un isotopo radioattivo e sono prodotte da un acceleratore di protoni, chiamato Ciclotrone. Quello veronese è tra i più potenti in Europa a essere usati in campo medico.

 

Farmaci anti-tumore, ma non solo. Contengono un isotopo radioattivo che li trasforma in sentinelle luminose da iniettare nel paziente per un impiego diagnostico in campo oncologico, cardiologico, neurologico (ad esempio per l’individuazione precoce dei sintomi dell’Alzheimer) e delle infezioni.

Da aprile, come da delibera regionale, a produrli gratuitamente e distribuirli alle Medicine nucleari del Veneto è l’ospedale Sacro Cuore Don Calabria.

Ha sede dunque in Valpolicella la “fucina” dei radiofarmaci. A Negrar, in una palazzina del nosocomio opportunamente adibita, si trova infatti l’acceleratore di protoni, chiamato Ciclotrone: tra i più potenti in Europa a essere utilizzati per la medicina. È uno degli speciali macchinari indispensabili alla produzione di Fluorodesossiglucosio: farmaco tracciante tra i maggiormente diffusi negli esami effettuati con Tomografia a emissione di positroni (Pet).

Creare una medicina radioattiva è in realtà un’operazione che prevede vari passaggi oltre a verifiche di qualità, spiega il responsabile della Radiofarmacia con Ciclotrone Giancarlo Gorgoni. L’edificio che ospita l’acceleratore è dunque una piccola, ma particolare, fabbrica di farmaci. Al primo piano, sopra il bunker nel quale è stata collocata l’apparecchiatura, si trova la Radiofarmacia, dove viene creato il radiofarmaco: si sviluppa su 500 metri quadri e comprende quattro zone di produzione in ambiente controllato, le camere bianche, in cui sono collocate dodici celle, gli isolatori piombati, nei quali sono inseriti a loro volta i dispositivi, tutti computerizzati per consentire all’operatore di non venire mai a contatto con il materiale radioattivo, detti moduli di sintesi.

Nella pratica, il Ciclotrone «produce gli isotopi radioattivi che vengono inviati a un’altra macchina – prosegue il radiofarmacista – la quale li elabora per arrivare a un prodotto da iniettare nel paziente». Pronto cioè per essere impiegato nel reparto di Medicina nucleare del centro ospedaliero calabriano. E per essere distribuito in tempi celeri, considerata la natura fisica del medicinale soggetto a veloce decadimento della radioattività che lo caratterizza, in altri centri del Veneto attrezzati di Pet: dall’Azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona all’Istituto tumori del Veneto fino agli ospedali San Bortolo di Vicenza e Umberto I di Mestre.

In realtà, il Sacro Cuore Don Calabria è specializzato nella produzione di sette tipologie di radiofarmaci, la cui somministrazione è limitata tuttavia alla struttura di Negrar: «La Colina, utile a indagare la presenza di tumori alla prostata, a base di Carbonio-11. La Fluorotirosina e la Fluorotimidina, radiotraccianti per i tumori cerebrali» elenca Gorgoni. Parallelamente, in sinergia con altri centri di ricerca, prosegue la sperimentazione di nuovi farmaci, sia per la diagnostica che per la terapia clinica orientata soprattutto alla cura di neoplasie a tiroide e prostata.

L’esperienza acquisita in Valpolicella trova conferma nei numeri.

Ad oggi, evidenzia il direttore di Medicina Nucleare con Terapia Radiometabolica Matteo Salgarello,«più del 70% dei pazienti che afferiscono al nostro centro non fanno riferimento all’Ussl 22, quella di appartenenza. Più del 50% non sono della provincia di Verona e più del 30% sono extra regionali». Percentuali, evidenzia, destinate ad aumentare ulteriormente: «La proiezione per il 2015 è di circa 4 mila pazienti con radiofarmaci prodotti dal nostro Ciclotrone e di circa 350 trattamenti nel reparto di degenza di Radioterapia metabolica».

La disponibilità di produzione e approvvigionamento dei traccianti a breve distanza consente l’esecuzione di un maggior numero di esami giornalieri a totale beneficio delle persone che afferiscono all’ospedale. Nella gran parte dei casi, conclude Salgarello, «il radiofarmaco viene somministrato per via endovenosa, previe semplici preparazioni, spesso il digiuno, seguito da scansioni che dipendono dal tracciante utilizzato e dalla patologia oggetto dell’indagine».

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