Congo, Alessandro Solagna: la fuga da Goma e l’incertezza del ritorno
Redazione
Intervista a cura di Andrea Sperotti
«Semo scapà da le bombe, roba da ciodi». Quando uno vuole buttare fuori tutto subito, senza perdersi in fronzoli, il dialetto non ha rivali. Alessandro Solagna, veronese d’origine, «esattamente di Borgo Trieste», sottolinea, e congolese d’adozione, domenica scorsa è riuscito all’ultimo momento a evacuare con la famiglia dall’inferno di Goma, capitale della provincia del Nord Kivu, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, e raggiungere Kigali, capitale del Ruanda.
Non è la prima volta. Già nel 2021 ha dovuto infilare di corsa quello che riusciva in un trolley, prendere la famiglia e scappare. Allora, a costringerlo alla fuga, era stato il vulcano Nyiragongo, scaricando la propria lava sulla città. Domenica scorsa, invece, ci ha pensato l’uomo.
Il gruppo di ribelli dell’M23, sostenuti dal Ruanda, con la scusa di voler proteggere i Tutsi, sacappati in Congo dal Ruanda durante il genocidio perpetrato nei loro confronti nel 1994 dagli Hutu, seminano terrore nell’area da decenni, occupando zone minerarie molto remunerative. Parliamo di una terra della quale, con ogni probabilità, ognuno di noi porta un granellino in tasca. Il Coltan, minerale presente in ogni telefonino, viene prevalentemente da qui.

Alessandro, la tua prima esperienza come operatore umanitario in Congo, è stata 300 km a nord di Goma, nella città di Butembo, nel 2014. Qui hai anche conosciuto Elysée.
Avevo fatto un anno a Butembo prima. Avevamo dei piccoli progetti, purtroppo progetti che abbiamo avuto delle difficoltà impressionanti a realizzare, infatti siamo stati costretti a spostarli in altre zone, perché in quella parte del nord Kivu c’è la presenza di un altro gruppo ribelle, quelli dell’ADF. Pure questi non è che siano molto gentili. Quella è stata la mia introduzione al Congo, alla realtà congolese, l’interesse… Perché anche lì, parlare di questioni etniche, tribali, movimenti legati alla religione, politici, mi sembra un po’ assurdo, quando poi nella realtà dei fatti, parlando degli ADF in particolare, questi commerciavano con l’oro e con i legni pregiati. Dopodiché ho avuto un breve periodo in Italia, ho fatto alcune consulenze in altri paesi africani, ero stato un pochino in Costa d’Avorio e quando è stato novembre del 2015 sono tornato a Goma. Da lì a qualche mese ci siamo sposati con Elysée e siamo sempre rimasti a Goma. Ho collaborato con più organizzazioni italiane, soprattutto APSI, COPI e adesso sono con un’organizzazione un po’ più piccola, che si chiama Amici dei Bambini.
Di che bambini vi occupate?
Ci occupiamo di due orfanotrofi, sono orfanotrofi che hanno mezzi economici molto ridotti, sovraffollati. Adesso sono tre anni che collaboriamo, e in tre anni abbiamo raggiunto dei risultati interessanti. Molti di questi bambini hanno delle famiglie, siamo riusciti a realizzare tante reintegrazioni familiari. I più grandicelli, che a vent’anni vivevano ancora all’orfanotrofio, tra formazioni professionali e percorsi di avvio all’autonomia, hanno trovato la loro strada.

Ma tu ed Elysée vi occupate anche di un altro bambino…
Certo, il nostro, Mattia, che tra qualche settimana compie sette anni.
Tornando ad oggi, e all’M23?
Noi siamo partiti per Verona proprio il giorno di Natale, intorno alla città di Goma erano parecchi mesi che l’M23 aveva occupato i territori. Controllavano varie zone minerarie vicino alla città e le vie che portano verso il Ruanda. Quando è stato il periodo dei primi giorni di gennaio, ci sono state alcune minacce, ed incominciavano a dire: noi veniamo e occuperemo Goma, prenderemo Goma. Sarà il primo passo per poi continuare e liberare tutto il paese. Questo è un po’ quello che dicevano. Sembrava, come interpretazione, che l’intenzione fosse quella di minacciare per poter poi avviare un dialogo e una trattativa che il presidente congolese Tshisekedi non voleva avviare, non voleva avere nessun dialogo, e a tutt’oggi mi sembra che non abbia intenzione di avviare nessun dialogo con loro. Non si capiva bene ma, anche se i segnali non erano buoni, l’idea che potessero entrare in una città come Goma, dove c’era una fortissima presenza di militari, uno dei più grandi contingenti dei caschi blu dell’ONU al mondo, una fortissima presenza di gruppi di giovani autoarruolati, anche la presenza dei contingenti delle forze dell’Africa australe, composta da militari sudafricani, militari della Namibia, e di una serie di paesi dell’Africa australe… L’impressione era di una città molto ben protetta. Quindi l’idea che questo gruppo potesse cercare di entrare sembrava remota.

Infatti. La MONUSCO, la missione dei caschi blu delle Nazioni Unite nel Congo, ancora oggi dice di avere 12.000 caschi blu a Goma.
Una gran parte dei militari era ancora presente nella zona, ma si sono semplicemente spostati.
E come mai questi non hanno mosso un dito? 12.000 non sono pochi.
Ah guarda, questo è un discorso molto, molto complesso ed è una delle critiche principali che viene fatta alla MONUSCO, perché sulla base di quello che è il loro mandato, la protezione dei civili, dovrebbero intrapporsi, per salvaguardare i civili. Nel caso di Goma non ci sono riusciti. Non ho idea dei motivi, probabilmente erano troppo pochi, forse questi ribelli erano meglio equipaggiati, però non lo so.
E quindi, tu, Elysée e Mattia?

Siamo rientrati a Goma il 20 gennaio, da lì a qualche giorno sono cominciati gli scontri molto più pesanti in due zone, una verso nord e una verso ovest, perché sono le due porte di entrata nella città. Giovedì 23, si sono sentite le detonazioni, di solito non le sentivamo. Con giovedì si è cominciato a sentire le detonazioni. Venerdì cominciavano ad essere ancora più vicine, però c’era ancora possibilità di muoversi tranquillamente. Sabato le detonazioni cominciavano ad essere invece molto più preoccupanti. Domenica mattina le notizie erano che i combattimenti erano già nei quartieri nord della città. Quindi si è pensato di partire, ma avevo dei dubbi per una cosa molto stupida; per entrare in Ruanda serve il visto. Alcuni giorni prima, avevo richiesto un documento che si chiama SEPEGEL. È un documento che consente di passare le frontiere tra Congo, Ruanda e Burundi senza richiedere il visto e senza pagarlo. A questo punto ho pensato: attendiamo lunedì mattina, ritiro questo documento e passiamo la frontiera velocemente. Al che, in un modo “molto gentile”, mia moglie mi ha fatto capire che non sono quei 100 e qualcosa euro a fare la differenza, e allora siamo partiti. Sto guardando proprio adesso, le due valigette, i due trolley che ci siamo portati dietro; abbiamo cominciato a mettere dentro un po’ di vestiti, abbiamo preso subito i due computer, due medicine che non si sa mai, e siamo partiti, senza pensarci su. In seguito ci siamo detti, cavolo, abbiamo dimenticato questo, quello… Però vabbè, non c’era nulla di importante, ecco, se si prendono anche i miei hard disk di backup con i dati, pazienza, mi dispiacerebbe perdere le foto. Però, col senno di poi, meglio che la vita.
Mattia, quando ha visto che stavamo mettendo via tutto, è corso a prendere due macchinine e le ha messe in valigia, e ha detto: «Queste per me sono importanti». Due macchinine, aveva due macchinine e ci stava giocando anche ieri sera, per cui va benissimo che le abbia. Comunque ci siamo fatti accompagnare alla frontiera col Ruanda, che è sul lato orientale della città, sulla riva del lago Kivu. Siamo arrivati verso le 11.00 di mattina, ovviamente c’era una fila enorme, ma, con un po’ di mestiere italiano, alle 2 del pomeriggio siamo riusciti a passare dall’altra parte in Runada, a Gisenyi.
La cosa più assurda è che domenica pomeriggio eravamo lì, a Gisenyi. Gisenyi è una località bella, perché a differenza di Goma, tutta la parte lungo il lago è percorribile, puoi farti la tua bella passeggiata. C’era ancora sicurezza, per cui noi siamo andati in spiaggia a farci una passeggiata, abbiamo bevuto qualcosina, ed eravamo rilassatissimi, proprio con l’idea di dire ok, l’abbiamo scampata, rimaniamo qui a Gisenyi alcuni giorni e poi vediamo. Non potevamo immaginare che la notte di domenica, e soprattutto la giornata di lunedì, potessero aumentare in un modo così grave i combattimenti. Invece, la notte tra domenica e lunedì è stata la notte dove ci siamo resi conto che occorreva prendere una decisione. C’erano altre persone di alcune organizzazioni dove eravamo alloggiati noi, era un gruppo di una dozzina di persone, tutti nel panico, lunedì mattina. Erano lì insomma che scappavano anche loro. Questo ci ha dato un’ulteriore conferma che era il caso di chiudere le valigie e andarsene. Alle 9 del mattino, abbiamo aperto la porta della stanza, pensavamo: “prendiamo un caffè e andiamo”; abbiamo aperto la porta, e una granata sarà cascata a un centinaio di metri dall’albergo, abbiamo sentito un’esplosione talmente forte che abbiamo richiuso la porta, abbiamo chiuso le valigie e ci siamo preparati per andarcene. Abbiamo dovuto aspettare alcune persone che dovevano venire in macchina con noi fino a qui, a Kigali, perché loro hanno dovuto attendere il momento giusto per poter uscire da casa, era una pioggia di proiettili, di bombe.

Erano i congolesi in quel caso?
Sì, erano i congolesi che erano entrati dal lato ruandese e combattevano dal lato ruandese, e lì tra proiettili vaganti e tiri di obici e vari tiri insomma, ci sono state molte molte vittime.
E come siete arrivati a Kigali?
Per fortuna, un amico aveva preventivamente portato una macchina al di là del confine. Lui ha una piccola compagnia aerea locale, ed è evacuato con la famiglia in aereo. E questa macchina ha i documenti per viaggiare in Ruanda.
Se non c’era questa macchina, ci sarebbe stato un autobus? Ci sono mezzi pubblici o no?
No, se non c’era questa macchina di Ted, saremmo stati costretti a rimanere in albergo e a rifugiarci in qualche punto dell’albergo più protetto, sperare che i combattimenti non arrivassero fino all’albergo. Non c’erano taxi, non c’erano bus, non c’era nulla e, ti dico, tra le vittime che ci sono state in Ruanda, la maggior parte erano i conducenti di moto.
Li ammazzavano per prendergli le moto?
No, i proiettili vaganti sono la causa principale.
E voi?
Abbiamo preso la strada per venire fino a Chigali, il viaggio è stato molto lungo, perché c’erano tantissimi checkpoint, dove controllavano chi si dirigeva verso la capitale. C’era chi magari si soffermava sui documenti, chi invece voleva vedere il contenuto delle valigie, e siamo arrivati a Kigali nel pomeriggio. Siamo andati in un albergo che conoscevamo già, e lì ci siamo sentiti un po’ più in sicurezza, adesso, proprio questa mattina, abbiamo preso un appartamentino. Adesso siamo qua e cerchiamo di capire un po’ l’evoluzione, cerchiamo di capire se sarà possibile in tempi relativamente brevi pensare di tornare a Goma, o se non ci saranno altre soluzioni che andare da qualche altra parte. Il Ruanda è sempre un paese, adesso poi… Anche se non ufficialmente, comunque di fatto è in conflitto col Congo, per cui meglio stare tranquilli, profilo basso, e non avere troppe cose sul telefono, sai mai, è meglio stare prudenti. Infatti non mi sono tenuto nulla, e, le poche cose che aveva mia moglie, le ha cancellate.
Il territorio che hanno preso quelli dell’M23 è enorme. Se pensi che sono da Goma fino quasi a Butembo, così come da Goma fino al confine con l’Uganda è sotto il loro controllo, e poi da Goma, scendendo dall’altra parte del lago, fino a metà del lago Kivu è tutto sotto controllo loro. Se, per mal augurata ipotesi, dovessero decidere di fare un atto di forza, parlo dei militari congolesi, per cercare di riprendere tutto il territorio, lì diventa l’inizio di una guerra di logoramento, una guerra lunghissima, una guerra che insomma… Già la situazione umanitaria è disastrosa, non oso immaginare come potrebbe diventare.”
E voi? Come succede in questi casi non sapete neanche se, nell’ipotesi che si possa tornare, ritroverete la casa? O come sarà la vostra casa?
Eh… (Sospira, NdR)
C’è anche l’opzione di tornare a Verona?
Può essere un’alternativa sicuramente, anche perché a Verona una casa ce l’ho.
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