Sul lettino di Freud si sta sempre comodi

Dolori e fratture quotidiane rischiano di renderci la vita una corsa a ostacoli. Ecco perché chiedere l’aiuto di uno psicologo non può più essere considerato un tabù.

SE ANCHE VOI SIETE tra quelli che, non troppo tempo fa, hanno stilato una lista più o meno folta di buoni propositi per il 2019 ma, giunti all’inizio di febbraio, vi scoprite già ricaduti nelle vecchie abitudini, sappiate che non siete soli: una ricerca dell’Università di Bristol mostra che ben l’88% dei buoni propositi di inizio anno fallisce miseramente, nonostante il 52% dei partecipanti fosse molto motivata all’inizio. Regina per eccellenza delle intenzioni positive che carburano ogni inizio, la ricerca della forma fisica sembra essere perennemente in cima alle classifiche quando si tratta di buoni propositi. Eppure, sono ancora pochi coloro che pensano di dedicare la stessa quantità di tempo, o di denaro, ad “allenare” anche la propria psiche. Secondo un’indagine condotta dall’ENPAP, la cassa previdenziale degli psicologi, l’erogazione delle prestazioni psicologiche nel nostro Paese cresce al ritmo del 3-5% annuo, tanto che negli ultimi diciotto anni il volume d’affari della psicologia in Italia è quadruplicato. Ma sarà sufficiente? Certo è che resiste una certa ritrosia a cercare una soluzione per i problemi dell’anima, come ci conferma anche la dottoressa Claudia Bartocci, psicologa e psicoterapeuta veronese, dovuta ai tanti pregiudizi legati a coloro che decidono di chiedere aiuto: «Regna l’idea di dovercela fare da soli, in tanti pensano che basti la forza di volontà per superare le difficoltà – senza nessuna cognizione del fatto che i problemi spesso nascono da un conflitto tra volontà conscia e inconscia». Attingendo alla sua esperienza, la dottoressa Bartocci ci spiega che: «Ci sono differenze significative tra persone maggiori o minori di trent’anni. Nella fascia di popolazione più adulta, sopra i trent’anni restano attivi molti pregiudizi connessi al rivolgersi a uno psicologo, mentre per le persone più giovani non è più un tabù. In generale, sono le donne in misura decisamente maggiore a rivolgersi a noi».

Claudia Bartocci, psicologa e psicoterapeuta

NON A CASO LE DONNE si confermano come una delle categorie più a rischio per quanto riguarda i disturbi psichiatrici, in particolare la depressione, con una probabilità quasi tre volte maggiore rispetto agli uomini. Una donna su quattro, secondo i dati del Ministero della Salute, è a rischio di soffrire di una di queste patologie. Il lavoro, la cura della famiglia, l’assistenza per i parenti malati, il tutto condito da ritmi frenetici e pochi momenti liberi: la vita quotidiana sembra lasciare poco spazio per il benessere della popolazione femminile, che spesso però esita a cercare un aiuto. Sembra essere più semplice, invece, intercettare quella fascia di popolazione più giovane tanto avvezza alle nuove tecnologie: proprio il web, coacervo quotidiano di disagi inflitti o subiti, si trasforma anche nel primo porto sicuro per chi vuole l’aiuto di un professionista. «È significativa la presenza degli psicologi sul web. – prosegue la dottoressa Bartocci – Molti ragazzi usano questo strumento a loro familiare per contattarci, bypassando gli adulti». Ma cosa cercano i ragazzi e le ragazze che oggi sfidano Internet (e una montagna di tabù) per chiedere aiuto ai professionisti della mente? «Il problema generale, che si declina poi in forme molteplici, è la solitudine o la difficoltà relazionale. I giovani sono assolutamente sguarniti in ambito relazionale e affettivo, e spesso non sono in grado di affrontare legami e perdite». In un mondo che cambia e corre sempre più veloce, insomma, anche i sentimenti devono accontentarsi delle briciole: la società odierna ci ha condannati, infatti, al «fast food anche in ambito affettivo». «I cambiamenti troppo rapidi del contesto relazionale sono in assoluto contrasto con il bisogno di radicamento e sicurezza – prosegue la dottoressa Bartocci – Di fronte alle prime fratture, a un abbandono, una perdita o un lutto, i ragazzi si rendono conto di non avere strumenti». A preoccupare di più, però, non sono le persone che decidono di rivolgersi a uno psicologo ma, piuttosto, coloro che pensano di non averne bisogno e finiscono per trasferire sul proprio corpo il loro disagio psichico. Si tratta, questa, di una tendenza in crescita, come osserva Bartocci: «Ci sono persone che si rivolgono al chirurgo estetico o magari al tatuatore, illudendosi che trasformazioni corporee possano promuovere cambiamenti esistenziali. Non a caso l’industria della chirurgia plastica ha fatturati in costante aumento. Ma gli effetti postumi sulla psiche e l’esistenza sono spesso devastanti». Insomma, credersi immuni dal dolore è il primo passo per cadere nella trappola del disagio psicologico. Proprio per questo, una chiacchierata con un terapeuta è da inserire nella prossima lista dei buoni propositi. Senza necessariamente aspettare il prossimo anno.

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