Libertà d’espressione per la natura. La storia breve de “Il Roccolo di Monticelli”
Siamo sempre più attenti a quello che mangiamo e beviamo, nella quantità come nella qualità, e a questo corrisponde una risposta da parte dei produttori, che incollano parole coraggiose sui prodotti: “senza additivi”, “fonte di fibre”, ecc. Una risposta incoraggiante la abbiamo anche nel settore vinicolo, che in Veneto rappresenta una grande fetta della produzione nostrana e che sembra aver iniziato a dare una decelerata sul fronte dell’uso dei pesticidi in agricoltura.
Di Marco Menini
Se ne parla un po’ ovunque degli effetti collaterali dei pesticidi, nuvole di vapore più o meno chimiche che si ergono dai nostri campi, finendo su foglie, frutta, e infine nelle nostre vie aeree. La direzione, per fortuna, sembra essere quella di un ritorno ad un utilizzo sempre più limitato di sostanze chimiche in agricoltura.
Sono di quest’idea anche Giacomo Forapan e Silvia Tezza, giovani veronesi impegnati rispettivamente nel settore enologico e agrario. Partono nel 2013 con in mano solo un vigneto di famiglia dimenticato nella valle di Mezzane; studiano e mettono in pratica le loro idee in quella realtà che poi chiameranno “Il Roccolo di Monticelli”.
Il taglio deciso è proprio sulle sostanze chimiche: l’unico schermo è un mix di rame e zolfo, che anche a bassi dosaggi permette una crescita sana della pianta e quindi delle uve. Il fil rouge che unisce i due vini bianchi è proprio questo: lasciare la natura libera di esprimersi. Ora, attraverso fermentazioni spontanee, nella loro cantina hanno dato vita a due vini bianchi, il “Monticelli bianco” e la “Cinciallegra”.
Potete conoscerli meglio qui: www.ilroccolodimonticelli.it
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