Comunità energetiche, il caso pioniere del Comune di Montevarchi

Il comune di Montevarchi è stato il primo comune italiano a istituire una comunità energetica con il modello del partenariato pubblico-privato. A parlarci di questo progetto è stato il sindaco Silvia Chiassai Martini.

Silvia Chiassai Martini Montevarchi
Il sindaco di Montevarchi (Arezzo), Silvia Chiassai Martini
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Il comune di Montevarchi è stato il primo comune italiano a istituire una comunità energetica con il modello del partenariato pubblico-privato. A parlarci di questo progetto è stato il sindaco Silvia Chiassai Martini.

Partirei con una panoramica generale del comune di Montevarchi…

Montevarchi è la seconda città della provincia di Arezzo per numero di abitanti, in quanto siamo più di 24mila. È una città particolarmente industrializzata costituita da piccole, medie e grandi imprese di diversi settori, come tutta la filiera legata alla moda, all’elettronica e alla meccatronica. È una realtà molto fervida, che nasce dalla tradizione del cappellificio, che ha un’imprenditoria molto attiva. L’imprenditoria di Montevarchi si è sviluppata nei decenni riuscendo a stare al passo con i tempi, creando un prodotto d’eccellenza grazie alle maestranze che hanno portato all’insediamento di grandi marchi nella moda ma anche in altri settori.

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Quando avete iniziato a valutare il modello della comunità energetica?

Abbiamo iniziato nel 2021, quindi prima della crisi energetica come la conosciamo oggi. Alcuni mesi dopo abbiamo cominciato a pensare e parlare delle difficoltà che sarebbero arrivate: devo dire quindi che siamo stati piuttosto lungimiranti nel progettare questa soluzione, che in realtà non sarebbe di competenza comunale. Credo però che in un momento storico come questo gli amministratori debbano pensare a una gestione ordinaria dell’ente anche a una gestione straordinaria e operare per il futuro del paese. Abbiamo cercato di muoverci in questa direzione, nell’ottica del risparmio energetico ma soprattutto della salvaguardia dell’ambiente. Conosciamo tutti l’Agenda 2030 e i suoi obiettivi e ci siamo quindi adoperati per trovare una strada percorribile, e quella delle CER ci è sembrata la più idonea, anche se un po’ difficile. L’abbiamo attuata a livello comunale, ma in realtà va a dare un servizio a tutto il Valdarno Aretino, di cui facciamo parte.

Nel concreto, qual è stato l’iter che avete seguito?

È stato un iter molto complicato, non c’è un manuale da seguire. Abbiamo dovuto trovare una strada corretta dal punto di vista giuridico, scegliendo la via del partenariato pubblico-privato, tant’è che la CER di Montevarchi è la prima a livello nazionale che ha adottato questo strumento giuridico, che è stato poi validato dal GSE. In primo luogo c’è stata la proposta di un privato messa a bando su una progettualità legata agli edifici di nostra proprietà che potevano essere idonei all’installazione di fotovoltaici, dopodiché con una gara pubblica c’è stata l’assegnazione del vincitore, quindi di colui che dovrà realizzare tutti gli impianti sulla proprietà comunale e avrà poi l’onere di doverli gestire. Un servizio quindi completo per i prossimi vent’anni dove sarà il gestore stesso a sostenere probabilmente al 100% l’investimento sul fotovoltaico. Poi ci sono state delle procedure legate al consiglio comunale oltre che ai passaggi di giunta che fanno parte dell’ente pubblico. È stato un po’ complesso strutturare la procedura, quindi la scelta del partenariato pubblico-privato, e la decisione di creare una società consortile controllata dall’ente pubblico insieme al gestore che permetterà di fare entrare tutti coloro che vorranno far parte della CER, che potranno mettere a disposizione i loro edifici per il fotovoltaico o, qualora non avessero spazi disponibili, usufruire dell’energia autoprodotta.

Un’ultima domanda: che consiglio darebbe a quei sindaci che si approcciano a questo strumento per la prima volta?

La procedura è particolarmente complicata, per noi ancora di più essendo stati i pionieri. Però abbiamo avuto anche il supporto e il confronto con GSE, che si è servito moltissimo. Io, essendo anche presidente di Provincia, ho poi deciso di sviluppare questa modalità anche a livello provinciale, riuscendo ad avere la possibilità di avere una cabina unica e coinvolgendo i 36 comuni della nostra Provincia. Io credo – e spero – che questo modello di CER possa svilupparsi più che a livello comunale, a livello provinciale. Questo permetterebbe attraverso le 76 province italiane di utilizzare gli enti più strutturati per la procedura tecnico-amministrative, permettendo invece ai Comuni di aderire in maniera agevole e in poco tempo, evitando il complesso percorso burocratico. Questo permetterebbe uno sviluppo delle CER in maniera molto più rapida e capillare in tutto il Paese.

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