«La felicità? Credo sia rimanere sempre se stessi»

valentina bellè

La giovane attrice veronese, protagonista assoluta di Sirene, la miniserie fantasy in sei puntate andata in onda il giovedì sera, in prima serata, dal 26 ottobre al 30 novembre, su Rai Uno, si racconta in questa intervista a pochi mesi dal suo prossimo impegno: a febbraio, la vedremo, sempre sulla rete ammiraglia, nel ruolo di Dori Ghezzi.

di Matteo Scolari

Aria un po’ scanzonata, a volte distratta, che non le impedisce, tuttavia, di regalare sguardi intensi, ammalianti, grazie a quei suoi profondi e grandi occhi marroni. Valentina Bellè, 25 anni, veronese, è una delle attrici emergenti e più apprezzate del cinema italiano. Dopo averla vista su Rai Uno insieme a Dustin Hoffman e Richard Madden nella serie Medici: The Masters of Florence, diretta da Sergio Mimica Gezzan, nell’aprile scorso è stata protagonista nel nuovo film di Claudio Amendola Il Permesso (per il quale ha vinto il premio Biraghi e il “Premio Afrodite” come miglior attrice rivelazione dell’anno) e da qualche giorno è impegnata nel cast del nuovo film di Francesca Comencini Amori che non sanno stare al mondo. Il 27 ottobre, è stata acclamata al festival del cinema di Roma con il nuovo film dei Fratelli Taviani Una Questione privata, ed è grazie alla miniserie fantasy Sirene, per la regia di Davide Marengo e scritta da Ivan Cotroneo, andata in onda fino al 30 novembre scorso, che Valentina è riuscita a raggiungere la popolarità televisiva a fianco dell’attore Luca Argentero. A febbraio, la vedremo ancora su Rai Uno nel ruolo di Dory Ghezzi, accanto a Luca Marinelli, nella fiction sulla vita di De André per la regia di Luca Facchini.

Valentina, un esperimento televisivo, quello di Sirene, che ha dato buoni risultati sia in termini di share sia dal punto di vista della critica. Lei ha dichiarato che questa miniserie l’ha fatta crescere molto, cosa intende?

Valentina Bellè in una scena tratta dalla fiction “Sirene”

È vero, Sirene ha dato buoni risultati in termini di ascolti toccando il 17,7 per cento nell’ultima puntata del 30 novembre, con più di quattro milioni di telespettatori, e questo non era affatto scontato perché si è trattato di un esperimento: il fantasy è un genere piuttosto inedito per Rai Uno. Per me è stata anche una sfida professionale: la commedia mi spaventava da morire. Un conto è quando non riesci a far piangere le persone, ma un altro conto, e ben peggiore, è quando non riesci a farle ridere. Penso forse di esserci riuscita nei panni di Yara, questa sirenetta un po’ buffa, autoironica. C’è stato da parte mia un grande lavoro fisico per interpretare quel ruolo, non solo attoriale.

La sua carriera di attrice è esplosa negli ultimi tempi. È consapevole di avere talento?

Non so. Dipende da cosa si intende per talento. Io penso di avere una grande passione e tanta voglia di lavorarci sopra, questo senz’altro. Tanta voglia di non dar niente di scontato. Non mi ritengo un genio, ci sono attrici che vengono prese, messe davanti a una telecamera e, in un attimo, sono in grado di raccontare un universo. Io non sono quel tipo di attrice. Ho dovuto studiare tanto per riuscire a dare dei risultati di cui potessi essere fiera e tutt’ora devo impegnarmi. Non mi viene nulla di facile e la sfida, ogni giorno, è con me stessa, con i miei limiti, per raggiungere i miei obiettivi.

Il successo, quindi, non è tanto distante dal concetto di sacrificio…

Il successo, dal mio punto di vista, corre parallelo al sacrificio. Anche se non è sempre così. Ci sono diverse tipologie di successo. Quello a cui io ambisco va di pari passo con l’impegno, con lo studio.

Quando ha capito che questa era la sua strada?

Terminate le scuole superiori (Liceo Lavinia Mondin di Verona, ndr) sono andata a New York a seguire i corsi del Lee Strasberg Theatre & Film Institute, avevo questo pallino da anni. Volevo provarci ed è stato un colpo di fulmine. Un paradiso: salivo le scale e sentivo cantare da un’aula, vedevo ballare da un’altra, osservavo la recitazione da un’altra ancora. Lì ho capito che questa sarebbe stata la mia strada.

Tornata in Italia ha provato ad entrare al Centro sperimentale di cinematografia di Roma. Arrivò decima su nove posti disponibili. Che sentimento provò?

Ci rimasi male, anche perché in quell’occasione diedi tutto quello che potevo. Tuttavia, dopo la prima mezz’ora di crisi iniziai subito a buttare giù dei piani alternativi, tra cui quello di trasferirmi a Londra, e in effetti andai per prendere informazioni. Quando arrivai nella capitale inglese e mi chiamarono da Roma dicendomi che una ragazza si era ritirata…e quindi entrai io.

Qual è la sfida che quotidianamente si trova ad affrontare?

Scena tratta da il film “Amori che non sanno stare al mondo” – regia di Francesca Comencini

La vera sfida è rimanere se stessi. A me ha sempre spaventato, forse più del necessario, l’idea di cambiare, l’idea di montarmi la testa. Da un lato sono fortunata perché questa mia paura mi ha sempre aiutata a controllarmi, a monitorarmi e a tenermi con i piedi per terra, dall’altra anche la mia famiglia, molto numerosa (Valentina è quarta di sei fratelli di cui cinque femmine, ndr) con molte storie personali belle, mi ha portato a non ritenermi migliore di niente e di nessuno. Magari se fossi stata figlia unica, con tutte le attenzioni addosso, sarebbe stato diverso. Invece sia mio padre che mia madre, o i miei fratelli, sono bravissimi con me. Mi sostengono, senza privilegiarmi od osannarmi. È un esempio che mi ha aiutato e mi sta aiutando molto. Che mi rende felice.

Come cambia la quotidianità dopo un successo, una notorietà, seppur agli albori?

Posso dire la sincera verità? Non cambia, sul serio. È una percezione più mentale che reale. Quando esce una serie televisiva ho sempre paura poi di essere riconosciuta per strada…fosse effettivamente così (ride, ndr). In realtà succede molto raramente. Sarà perché in televisione sono sempre truccata o trasformata. Ho indossato abiti d’epoca, portato acconciature particolari, in sirene ho dei capelli pazzeschi…dal vivo non sono proprio così bella, sono diversa e la gente non mi riconosce.

Che rapporto ha con i social?

Conflittuale. Ho sempre avuto una repulsione per l’andazzo che sta prendendo la nostra società dove molto è basato sull’immagine. È capitato più volte, ad esempio, che dopo aver pubblicato una foto in cui ero venuta particolarmente bene, la toglievo perché mi sentivo in colpa. Ora mi sto ammorbidendo da questo punto di vista. Capisco che l’immagine fa parte del mio lavoro, anche se apparire con un profilo fedele a quello che sono realmente, meno vip.

Lei si sta ritagliando uno spazio professionale importante in un settore difficile. Lei crede l’Italia sia un paese per giovani?

È una domanda molto difficile perché nel mio mestiere, atipico, è necessario un mix di talento, fortuna, bellezza. Ho amici che provano qui a Roma ad avviare attività e trovano sulla loro strada tante difficoltà. Poi vedo mia sorella che ha aperto di recente, con alcuni soci, un’attività a Verona (Elk Bakery, ndr) e ce la sta facendo. In realtà non so proprio dire. In generale mi sembra che a Verona, a Milano, in generale al Nord, sia un pochino più facile. Qui a Roma qualche difficoltà in più c’è. Nel mio settore ci sono tante attrici bravissime che non lavorano.

Dopo aver viaggiato tanto, cosa le rimane di Verona, la sua città?

Verona ho iniziato ad apprezzarla veramente nel momento in cui sono andata via. Da adolescente mi sentivo imbrigliata in una città per me troppo piccola. Dopo l’esperienza newyorkese, al ritorno, gli occhi con cui ho visto Verona erano occhi diversi, nuovi. Sono riuscita a vedere la bellezza straordinaria della nostra città. Ora che vivo in una grande metropoli riesco ad apprezzare anche le piccole dimensioni, le piccole cose, le passeggiate nei campi…

La serie Sirene è terminata, ma i suoi fan possono stare tranquilli, a febbraio la rivedremo su Rai Uno nei panni di Dori Ghezzi.

È una responsabilità enorme. Dori è una donna fuori dall’ordinario. Per me interpretarla è stata una sfida molto difficile poiché, con questo ruolo, ho coperto una fascia d’età che va molto al di là della mia. Al contempo è stata una grande opportunità e anche una grande lezione che mi ha arricchito personalmente oltre che attorialmente. Lei era sempre presente sul set, non vi dico la  mia ansia da prestazione (ride, ndr). Sono curiosa di vedere il film, devo ancora vederlo. Mi dicono che sia bello. Non vedo l’ora.

Come immagina il suo futuro?

Non lo so, voglio continuare a lavorare tanto. Spero di riuscirci con degli autori italiani: mi piacerebbe vedere come lavorano Virzì, Garrone, Sorrentino. Il mio sogno è lavorare con persone che hanno voglia di sperimentare e di rischiare.