Veneto, aperto tavolo di crisi per il settore moda

Nei primi undici mesi del 2020 perduto il 27,8% del fatturato (oltre 15 punti in più del calo del 12,6% della media del manifatturiero). Abbigliamento (-31,4%) e Pelle (-31,2) i settori più penalizzati.

negozio abbigliamento settore moda uomo vestiti giacche

C’è un grande “malato”, di Coronavirus. Ed è il settore della moda. Il complesso mondo imprenditoriale che va dal tessile all’abbigliamento passando per le calzature la pelletteria sino all’occhialeria, simbolo del Made in Italy nel mondo, è sicuramente il comparto che ha subito, sta subendo e subirà anche nei prossimi mesi i peggiori effetti della crisi da Covid-19. I numeri parlano chiaro: nei primi undici mesi del 2020 questi settori hanno registrato una perdita di fatturato del 27,8%, oltre quindici punti in più del calo del 12,6% della media del manifatturiero. L’abbigliamento e la pelle (scarpe e borse) sono i due peggiori comparti con -31,4% il primo e -31,2 il secondo.

I mancati ricavi delle imprese della moda tra gennaio e ottobre sono pari a 22,6 miliardi di euro, di cui dieci miliardi di minori esportazioni. In pratica, un miliardo in meno al mese di Made in Italy della moda venduto nel mondo. A tutto ciò si aggiunge anche la grave crisi della domanda interna: sempre nei primi dieci mesi del 2020, a fronte di un calo delle vendite al dettaglio del 5,4%, sono crollate del 23% le vendite di abbigliamento, calzature e articoli in pelle.

La cassa integrazione che ha registrato un aumento del 1.850%, un crollo delle assunzioni del 34% nei primi 11 mesi del 2020 rispetto allo stesso periodo dello scorso anno molto peggiore della media veneta arrivata al -23,9%, l’annullamento delle più importanti fiere nazionali ed internazionali e la chiusura di molti negozi di lusso negli aeroporti e nelle maggiori città di tutto il mondo, oltre ad un arresto del turismo con grande capacità di spesa che veniva in Italia per acquistare questo tipo di beni.

«Con l’apertura del tavolo di “crisi” grazie agli assessori regionali Elena Donazzan e Roberto Marcato, abbiamo acceso un faro sulla drammaticità della situazione – dichiarano Pier Giorgio Silvestrin, coordinatore Pro Tempore Tavolo Veneto della Moda e presidente Federmoda Cna del Veneto, Roberto Bottoli, presidente Coordinamento Moda Confindustria Veneto, Giuliano Secco, presidente Federazione Moda Confartigianato Imprese Veneto, Giannino Gabriel, presidente Federazione Moda Confcommercio Veneto e Marialuisa Pavanello, presidente Confesercenti moda Veneto -. Serve fare però molto in fretta. Il settore Moda è, dopo la meccanica, la seconda industria del nostro paese. Conta su oltre 65mila imprese, 600mila addetti. In Regione Veneto sono 9.500 le unità produttive (17,6% del totale manifatturiero regionale) e 7.626 le unità della distribuzione. Secondo gli ultimi dati disponibili il fatturato in regione ammonta a 18 miliardi di euro (18% del fatturato nazionale). Le imprese del sistema moda in Veneto assorbono quasi 100mila addetti ed esportano per un valore di oltre nove miliardi di euro. Ma, mentre per altri settori strategici come quello dell’auto sono molte le misure di sostegno anche nella legge di bilancio, per le imprese del tessile/abbigliamento/calzature è sino ad ora arrivato ben poco. Di fronte a queste cifre, serve uno scatto d’orgoglio per rimettere il fashion Made in Italy al centro delle strategie di rilancio del Paese».

«Ci siamo presentati tutti assieme – aggiungono – con un documento preciso di quattro linee di misurePer resistere: sono necessarie azioni per sospendere i costi fissi, spesso insostenibili a fronte di cali di fatturato che in alcune realtà toccano il 90%. La filiera, purtroppo, non ha beneficiato dei ristori previsti dal governo e, poiché le previsioni 2021 per il settore risultano addirittura peggiori rispetto a quelle 2020, è necessario avere una conferma della prosecuzione a lungo termine della CIG per evitare licenziamenti irreversibili; per sostenere: con il 31 marzo 2021 cesserà il divieto di licenziamento, con una conseguenza certa di molte interruzioni del rapporto di lavoro: un lavoratore in NASPI per due anni ha un costo elevatissimo per lo Stato che rischia di essere per giunta improduttivo. Sarebbe più utile investire la stessa cifra per abbattere il costo del lavoro a chi mantiene le maestranze o ne assume di nuove: il saldo per il sistema Paese sarebbe certamente positivo in termini sociali ed economici. Parallelamente a questo ragionamento, risulta importante pensare alle opportunità offerte da fondi come il FESR e il Fondo Sociale Europeo, capaci di sostenere il settore con misure ad hoc e di riqualificare al tempo stesso i lavoratori».

Proseguono: «Misure per la legalità: sigliamo un patto di filiera che permetta di rafforzare le competenze delle nostre imprese, in un’ottica di sviluppo. L’obiettivo è patto tra le parti sociali sotto l’egida della Regione Veneto, per avere una serie di “filiere etiche” che si distinguano per il rispetto dei diritti dei lavoratori e per il rispetto delle leggi e dei consumatori. La contraffazione e l’abusivismo sono problematiche su cui non si può più chiudere un occhio. Misure per il futuro: è necessario farsi trovare pronti di fronte alle nuove sfide che emergeranno. Questo significa mettere in piedi delle riflessioni, che si traducano in programmi operativi, che consentano al comparto di innovarsi e adattare i propri modelli di business e di vendita ai nuovi standard che si imporranno. La Regione, in questo senso, potrebbe mettere in piedi un’interlocuzione sistematica con il mondo dell’istruzione a tutti i livelli e i centri di formazione che permettano di fornire alle imprese del comparto la formazione di cui necessitano. In questo senso, è importante far sì che a questi progetti formativi possano partecipare anche le imprese individuali senza dipendenti, che costituiscono un elemento fondamentale della filiera e che spesso non riescono ad accedere ai bandi».

«Ci siamo lasciati con impegni precisi – concludono i cinque rappresentanti -. Predisporre un documento che la Regione Veneto userà per chiedere al Governo il riconoscimento del valore strategico della filiera della moda e di conseguenza adottare le richieste delle organizzazioni nazionali di industriali, artigiani e commercianti (si va dal credito di imposta per le rimanenze dei negozi alla estensione dello sgravio del 30% sul costo del lavoro previsto per le regioni del sud, solo per citarne alcune). L’apertura di un tavolo di crisi complessivo per il settore con l’apporto anche delle organizzazioni sindacali dei lavoratori, le Università etc, in cui sviluppare progetti come una piattaforma online veneta per il settore, la valorizzazione e promozione degli ITS».