Pensioni a Verona, Spi CGIL: «Disparità di genere e giovani a rischio»

Spi CGIL Verona illustra e commenta gli ultimi dati ufficiali Inps aggiornati a gennaio 2021, riguardanti le pensioni dei lavoratori del settore privato nella provincia di Verona e il loro confronto con le medie nazionali. La disparità di genere è ancora profonda e la precarietà dell'occupazione pone i giovani in una situazione di rischio.

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Il recente aggiornamento operato dall’Inps sulle statistiche delle pensioni appartenenti ai fondi di gestione dei lavoratori privati conferma anche per la nostra provincia di Verona l’insostenibile divario tra i sessi scavato nel corso degli anni dalla carenza di politiche pubbliche per l’infanzia, la disabilità e gli anziani.

Riporta la CGIL in una nota: «Mentre gli uomini che hanno potuto beneficiare di continuità lavorativa e di carriera ora possono godere di una pensione, non certo alta, ma mediamente dignitosa, per le donne, che hanno dovuto farsi carico del lavoro di cura, e che sono state coinvolte nelle grandi crisi industriali degli anni ‘70 e ‘80 nel tessile e nel calzaturiero, la situazione è assai critica. I dati evidenziano infatti un numero di pensioni maturate nettamente inferiore e importi quasi dimezzati rispetto agli uomini».

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Prestazioni previdenziali e assistenziali

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«Nella provincia di Verona al 1° gennaio 2021 vengono pagate ogni mese 260.871 pensioni  di importo medio di 924,81 euro. Il numero comprende 223.336 prestazioni previdenziali di importo medio mensile di 1.075,68 euro e 37.535 prestazioni assistenziali di importo medio mensile di 467,95 euro. L’assistenza a Verona pesa per il 14,39% del totale delle pensioni, una percentuale sensibilmente inferiore alla media nazionale che è del 22,38%». 

«Vale ricordare che mentre le prestazioni previdenziali vengono erogate alla fine di un periodo di contribuzione (pensione di vecchiaia) oppure a seguito del venir meno della capacità lavorativa (pensione di invalidità) o dell’assicurato stesso (superstiti), le prestazioni assistenziali vengono erogate a fronte di una situazione di disagio economico (es. pensione sociale) o più spesso di una invalidità civile (non vedenti, non udenti, invalidi totali o parziali)».

«In linea con il dato nazionale, il 45% delle pensioni veronesi (116.167) vengono percepite da uomini e il restante 55% (144.704 pensioni) da donne. Il vantaggio a favore delle donne è tuttavia solo apparente: quasi una pensione femminile su tre, precisamente il 32,13%, pari a 46.495 unità, è infatti di categoria superstite (di reversibilità o indiretta) quindi mutuata dal coniuge deceduto. L’incidenza delle “superstiti”, che “fruttano” in media circa 680 euro al mese per le donne e 480 per gli uomini, tra i maschi è assai più ridotta: è di questo tipo solo il 5,53% delle pensioni maschili», sottolinea il sindacato. 

Diffusione delle pensioni di vecchiaia

Spi CGIL aggiunge: «Al contrario, la diffusione delle pensioni di vecchiaia tra le donne è molto meno frequente che tra gli uomini: se il 77,63% delle pensioni maschili veronesi è una pensione di vecchiaia, tra le donne questa percentuale si abbassa al 49,99% (comunque più alta delle media nazionale che si ferma al 40,23%). L’importo mensile medio di una pensione di vecchiaia a Verona è di 1.227,72 euro  (lievemente inferiore alla media nazionale che è di 1.246,92 euro) ma, come i famosi polli di Trilussa, anche questa media nasconde grosse disparità: se gli uomini percepiscono in media 1.569,95 euro, tra le donne l’importo medio di una pensione di vecchiaia del settore privato è di appena 801,06 euro, quasi la metà, con minimi tra le pensionate dei fondi dei lavoratori autonomi che presentano medie mensili di appena 709,42 euro».

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Giovani e donne i soggetti più a rischio

«Esiste dunque un rischio povertà tra le pensionate? L’Inps, pur ammettendo che, a livello nazionale, ben il 59,6% delle pensioni vigenti (pari a 10.608.976 unità) presenta un importo mensile inferiore a 750 euro, e che questa percentuale sale addirittura al 72,6% tra le donne, avverte che il dato non è immediatamente indicativo di povertà, dal momento che molti pensionati sono titolari di più prestazioni pensionistiche o comunque di altri redditi. L’istituto calcola che le pensioni legate a requisiti reddituali bassi, quali integrazione al minimo, maggiorazioni sociali, pensioni e assegni sociali e pensioni di invalidità civile siano in Italia 4.009.862, dunque il 22,5% del totale delle pensioni o, se si preferisce, il 43% dei trattamenti inferiori ai 750 euro mensili. Un Paese che voglia guardare al futuro, tuttavia, dovrebbe fare un ragionamento diversoa rischio povertà non sono soltanto le donne a causa dei buchi contributivi accumulati a seguito del lavoro di cura, ma anche i giovani, costretti ad interruzioni della carriera lavorativa a causa della precarietà, e tutte le categorie fragili dei non autosufficienti che ricevono sostegni a dir poco inadeguati rispetto ai loro bisogni», prosegue la nota.

L’appello di Spi CGIL

Spi CGIL lancia inoltre un appello: «Come Sindacato ribadiamo con forza l’urgenza e l’indifferibilità di un grande intervento riformatore  che riconosca il lavoro di cura di genere in quanto le donne sono state e sono le più penalizzate, molte volte costrette ad interrompere il proprio rapporto di lavoro per accudire i figli e assistere i familiari fragili e obbligate ad accettare lavori part time o precari per rientrare nel mondo del lavoro. Inoltre chiediamo con forza  una “pensione di garanzia” che  riconosca il lavoro precario delle giovani generazioni riconoscendo anche a loro un futuro pensionistico pubblico di dignità. Dobbiamo sentirci responsabili di quello che le giovani generazioni hanno subito per un lavoro che negli anni è diventato sempre più precario. L’inserimento di una legge per la non autosufficienza tra gli obiettivi del recovery fund a protezione degli oltre 3 milioni di italiani non autosufficienti fa ben sperare, ma la strada da fare in direzione di una maggiore equità sociale è ancora lunga e noi dello Spi CGIL intendiamo affermare con forza tutte le nostre rivendicazioni per una sacrosanta giustizia sociale». 

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