L’economia del dono

Il no profit come dialogo tra imprese, amministrazioni e terzo settore, per creare valore aggiunto condiviso con tutta la comunità.

INNOVAZIONE, DIALOGO, CONDIVISIONE. Sono i concetti emersi nel corso della serata a tema: Gli Stati generali del no profit e della solidarietà dedicata dal gruppo Verona Network al no profit lo scorso 20 febbraio, per un focus sulla trasformazione in atto nel terzo settore. Da un modello basato sulle erogazioni di fondi e servizi la beneficenza si sta evolvendo verso una cultura dell’innovazione e della condivisione usando strumenti come il business plan, i bond, la misurazione dei risultati, per risolvere situazioni di fragilità e al contempo generare valore aggiunto a tutta la comunità. «Anche le imprese tradizionali devono creare valore socio-economico e ambientale per la comunità da cui traggono le risorse per alimentare le loro attività economiche, d’altro canto le cooperative sociali tendono a costruire organizzazioni e strutture più efficienti» ha esposto Riccardo Tessari ricercatore dell’Università di Verona.

L’Italia si pone al secondo posto in Europa per donazioni individuali (7,2 mld) e al quinto per quelle d’impresa e da fondazioni (1,9 mld). Logico quindi che il ricorso a strumenti finanziari – e quindi al coinvolgimento di soggetti dotati di expertise in tal senso – porti ad ampliare la visione del terzo settore integrandolo in un’ottica di sistema dell’economia, capace di generare innovazione e occupazione. L’intervento del prof Giorgio Mion, docente di Economia Aziendale dell’Università di Verona, ha definito il cambio di paradigma del nostro tempo: «Ci troviamo in una logica di obiettivi condivisi che devono portare ad azioni condivise e ad un impatto che non è più del singolo soggetto, ma di una comunità che agisce assieme per il territorio.

La prospettiva per il futuro è il superamento della divisione tra enti erogatori e associazioni operative». Linda Croce, presidente della Cooperativa sociale Azalea, ha posto l’accento sui concetti di efficacia e di efficienza per puntare all’evoluzione del sistema, mentre il presidente della cooperativa sociale Vale un Sogno Marco Ottocento ha evidenziato l’importanza delle relazioni per lo sviluppo di sinergie virtuose: «Credo nella connessione con le fondazioni di erogazione. È importante darsi una mano: le fondazioni dovrebbero dare le risorse, essere generative, coinvolgere anche il mondo delle imprese.

L’economia muove il mondo e il nostro fare economia diversa può fornire idee interessanti anche per il mondo profit». Un dialogo aperto a tutti, che Adriano Tomba, segretario generale della Fondazione Cattolica Assicurazione, allarga ai soggetti pubblici «È importante l’unione di intenti, di idee e di progettualità, senza lasciare indietro il soggetto pubblico. Non possiamo dire che possiamo farcela da soli con le fondazioni, altrimenti non diventeremo mai diffusi».

ANCHE ANNA FISCALE, presidente della cooperativa sociale progetto Quid, ha sottolineato la necessità di valorizzare la persona secondo «un modello di contaminazione tra profit e no profit dove si crea un progetto comune che risponde alle esigenze del mondo dell’impresa». Ancora Mion ha sottolineato come il soggetto pubblico vada stimolato con idee di innovazione sociale, recuperando il suo ruolo di intermediazione che sembra aver perduto. «Per colmare il divario tra i tempi delle amministrazioni con i tempi delle imprese è necessario il radicamento nel territorio e il dialogo tra gli operatori degli enti locali, solo così si potrà avere una sussidiarietà nella progettualità del terzo settore» ha sintetizzato il docente.

I relatori hanno usato un concetto ben preciso: quello di “bene comune”. Individuare la responsabilità sociale della singola impresa significa creare una separazione tra due modi distinti di vedere la stessa situazione, quando in realtà il contesto in cui si sviluppa il cambiamento sociale passa attraverso gli stessi agenti: «Se vogliamo generare cambiamento, migliorare le condizioni di vita delle persone, bisogna pensare alle imprese sociali, ma anche a quelle tradizionali, come agenti di cambiamento sociale» ha affermato ancora il prof. Mion.

Bene gli ha fatto eco il presidente di Fondazione Cattolica: «Deve cambiare il modello di welfare, passando da un concetto statale ad un welfare community». Presenti al dibattito anche il segretario generale della Fondazione San Zeno Rita Ruffoli e il presidente della Fondazione della Comunità veronese Fabio Dal Seno che, insieme al direttore della Cooperativa sociale I Piosi Luigi Martari, hanno ribadito come il concetto di “dono” sia compatibile con quello dell’impresa, per un arricchimento della comunità in cui si sviluppa l’azione sociale.

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