Gli anziani affianchino i giovani nel ricostruire il Paese

Pietro Spellini, presidente dei pensionati di Confagricoltura Verona, si rivolge con una lettera ai suoi associati e in generale a tutti gli anziani affinché si mettano a disposizione delle nuove generazioni in questo momento di difficoltà.

Riceviamo e pubblichiamo la lettera scritta da Pietro Spellini, presidente dei pensionati di Confagricoltura Verona.

Pietro Spellini

Il coronavirus ci costringe a casa, mettendoci nelle condizioni migliori per pensare. Il mondo fino a due mesi fa ci travolgeva con continue nuove notizie, nuove esigenze, nuove necessità effimere. Era obbligatorio andare in ferie lontano, andare sempre fuori a mangiare, vestire in un certo modo, stare tutte le sere a guardare dibattiti in televisione dove la violenza verbale era la regola e aveva ragione chi gridava più forte o le sparava più grosse. Oggi tutto questo ci sembra appartenere a un mondo lontano, anche se è passato solo un mese. Se ragioniamo serenamente, ci rendiamo conto che sta sorgendo un mondo nuovo dalle ceneri di quello che abbiamo lasciato ieri, ma come ogni cosa appena nata dovrà passare attraverso il travaglio del parto, e sarà un parto particolarmente difficile: Disoccupazione, fallimenti, necessità di ripensare le nostre aziende agricole alla luce di un mondo che si è scoperto diverso, con qualcuno che alla fine dell’emergenza penserà di ritornare come prima, ma non sempre sarà possibile.

In questi giorni abbiamo riscoperto valori che sono sempre stati alla base della nostra società. L’Italia è da secoli il Paese della solidarietà, ma lo avevamo dimenticato: lo abbiamo toccato con mano quando cercavano 300 infermieri e si sono presentati 9.400 volontari, pronti a tuffarsi nel pericolo reale per far del bene al prossimo, all’Italia. In questo quadro mi sono domandato: quale è la mia posizione di pensionato? Sono nato al lavoro in  un periodo difficile, con la guerra passata da poco e tutto da fare. Quello che ricordo bene è lo spirito che ci animava. La voglia di fare anche a costo di grandi sacrifici, i valori che distinguevano la nostra società. Noi siamo i depositari di quello spirito e dobbiamo passarlo alle nuove generazioni.

Abbiamo dimenticato il compito delle persone anziane (leggi: sagge) che è quello di trasmettere alle nuove generazioni le cose migliori delle generazioni precedenti. Così è progredita l’umanità. Non vuol dire: “Ai miei tempi eravamo o facevamo”, ma significa fare una sintesi delle cose migliori per trasmetterlo a chi dovrà affrontare difficoltà pari o maggiori di quelle che abbiamo risolto nella nostra generazione, in un mondo diverso, cambiato traumaticamente due mesi or sono. Dovremo avere la forza di indicare ai giovani delle strade che la nostra esperienza ci ha indicato, senza prevaricare la loro iniziativa. Non stiamo zitti, dobbiamo far sentire la nostra voce e la nostra opinione. La nostra generazione ha taciuto troppo, ma fa ancora in tempo a rimediare. Forza: insieme ai giovani e con il buon senso che ci ha sempre caratterizzato, sono certo che ricostruiremo un grande Paese.