Gli agricoltori contro la denominazione dei prodotti vegani
Confagricoltura Veneto aderisce alla campagna “Ceci n’est pas un steak” (“questa non è una bistecca”) contro l’abuso delle denominazioni della carne lanciata dalle organizzazioni europee del settore zootecnico. Gli eurodeputati hanno infatti riaperto il dibattito sulla possibilità di utilizzare i nomi dati alle carni e ai prodotti lattiero caseari per le imitazioni vegetali e già il mese prossimo il Parlamento europeo potrebbe decidere di dare il via libera al “meat sounding”.
«Noi diciamo no e lanciamo l’appello alla mobilitazione del settore zootecnico – attacca Rudy Milani, presidente degli allevatori suini di Confagricoltura Veneto -. Chiediamo che il lavoro degli agricoltori e dei lavoratori del settore dell’allevamento non venga minato da una commercializzazione ingannevole e sleale, che rischia di mettere in ginocchio un settore già in sofferenza a causa dell’emergenza Covid. Ma attenzione: gli agricoltori veneti hanno interesse a produrre proteine sia vegetali che animali e non sono contrari alla produzione di proteine vegetali per prodotti vegani. Però è giusto che ogni prodotto sia chiamato con il proprio nome, fornendo le corrette indicazioni come indicano le linee guida per la tracciabilità e l’etichettatura delle carni, evitando di ingenerare confusione nei consumatori».
Il settore delle carni è stato messo a dura prova dalla pandemia, con prezzi in caduta libera soprattutto per la carne bovina e suina. E anche per il latte è un’annata da dimenticare, con i prezzi scesi a 34 centesimi al litro.
«Il prodotto viene pagato all’allevatore con prezzi che da molti mesi non coprono i costi di produzione – sottolinea Paolo Ferrarese, allevatore di vacche da latte e presidente di Confagricoltura Verona -. Se ora andiamo pure a creare confusione con imitazioni, come nel nostro caso con i cosiddetti latti vegetali, rischiamo di creare un danno ulteriore. Quel che è certo è che l’Unione Europea dovrebbe fare ordine nelle sue idee. Da un lato, infatti, emana la direttiva contro le pratiche sleali, che il nostro Paese purtroppo non ha ancora ratificato; dall’altro sollecita che alcune pratiche vengano rese possibili, come quella di identificare prodotti diversi di origine industriale utilizzando nomi che invece ricordano produzioni originali come la carne e il latte. Noi del settore primario chiediamo che non siano confusi i due campi, quello agricolo che produce le materie prime e quello industriale che le trasforma, con il risultato di prodotti diversi da quelli originali».
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