Genitori digitali, figli consapevoli

Paese dei balocchi o regno di pericoli? Niente demonizzazioni, ma neanche fiducie accordate per partito preso. Serve un manuale delle istruzioni per destreggiarsi tra hate speech, grooming e vamping. O, magari, un manifesto per l’educazione digitale, come quello firmato dall’associazione “GenitorinRete”.

Minuti interminabili di sterrato. «Andate avanti qualche centinaio di metri, poi girate alla seconda a sinistra, poi a destra, parcheggiate, cinque minuti a piedi e siete arrivati». Sì, in quel posto abbandonato da Dio ci siamo arrivati. Una pozza di acqua, calma, rifletteva il silenzio quasi assordante tutt’intorno. Il sole cadeva a picco, senza svelare però la profondità del verde scuro davanti a noi. Lentamente quel luogo surreale diventava familiare, tanto da invitarci a toglierci i vestiti e lasciarci calare nell’acqua non troppo fredda. Poi quel giovane sodalizio veniva interrotto da una voce di uomo. «Qui non c’è mai nessuno», ci dice, dopo essersi presentato. «Il cellulare non prende, quindi i giovani qui non ci vengono».

Frase lapidaria, da lasciarci increduli. Oggi «8 adolescenti su 10 hanno paura di rimanere senza cellulare, e il 50% riferisce che il solo pensiero che ciò possa accadere lo fa star male e gli fa sperimentare uno stato ansioso”, dichiara l’Osservatorio Nazionale Adolescenza. La chiamano nomofobia (no-mobile-fobia). Quindi volete dirci che 8 ragazzi su 10 condizionano le loro scelte in base a un cellulare? In realtà più che incredulità, la nostra è la sconsolante constatazione di quello che sta succedendo, ben visibile quotidianamente. Basta rimanere qualche giorno senza aprire i social per rendersi conto di quanto ne siamo dipendenti, e di quanto è il tempo che ci occupano; per comprendere quanto siamo imprigionati in un automatismo che ci porta a delegare tutto all’esterno e ad allontanarci da noi stessi. Ma anche senza fare troppa psicologia, le statistiche parlano chiaro: circa 8 adolescenti su 10 (il 78%) dagli 11 ai 13 anni hanno almeno un profilo approvato dai genitori. Quindi? Quindi la legge lo vieterebbe fino ai 13 anni compiuti. Quindi? Quindi i genitori agiscono in maniera non corretta. E così i figli, impreparati, si trovano improvvisamente a navigare in mare aperto. Si presentano loro attrazioni, informazioni, possibilità di ogni tipo.

E se si entra nel paese dei balocchi senza la consapevolezza di chi si è, si finisce per perdersi. È un attimo, che può costare anche la vita. Un attimo, che va a infoltire i fenomeni come il grooming, il vamping, il selfie killer, l’hate speech, per non citare il “solito” cyberbullismo. Sono neologismi inglesi che non vorremmo esistessero. E invece esistono, ma c’è chi sta provando ad affrontarli. Come? Intanto facendo rete tra i genitori, perché è da loro che è necessario partire. Perché è il mestiere di genitori a essere particolarmente difficile oggi, presi come sono, come siamo, da tutto ciò che è esterno a noi. Distratti, quindi poco attenti, ai figli anzitutto. «C’è ormai una forte compenetrazione tra internet e le nostre vite. Il mondo digitale viaggia veloce. Ma l’uomo è sempre uomo, e il genitore sempre genitore». Così esordisce Paloma Donadì, una dei quattro fondatori di “GenitorinRete”. Esperta in comunicazione, insieme ad altri tre amici professionisti si è chiesta cosa potesse fare di fronte a un mondo che ci sta rubando il tempo. «Abbiamo pensato di formare un gruppo di sensibilizzazione verso e a favore dei giovani», ci spiega. «Noi studiamo, approfondiamo, ci formiamo, per poi attivarci con interventi rivolti ai genitori». Hanno ricevuto da poco il primo certificato italiano di genitori digitali rilasciato dall’AICA. «Il primo obiettivo delle serate-conferenze è di accendere una scintilla, proponendo un manuale di istruzioni». «C’è uno scollamento tra la nostra e la loro generazione. Dobbiamo essere noi ad andare verso di loro. Dobbiamo capire il loro linguaggio». È importante il dialogo, l’apertura nei loro confronti. La strada sbagliata è il facile proibizionismo. «Si tratta invece di un lavoro quotidiano, che richiede pazienza e costanza». Oggi, più di un tempo, è necessario seguire i figli. Perché i genitori hanno una responsabilità civile e penale su di loro. Perché possano guidare i figli nell’usare la testa, di fronte a un mondo fuorviante. «Viviamo nella “fiera dell’immagine”, dove l’importante è mostrare e mostrarsi, con l’obiettivo di raggiungere più like possibile», una cartina tornasole che permette di essere. Siamo avari di attenzione, di quell’attenzione che sembra colmare il vuoto incolmabile dell’esistenza. L’attenzione che i social sembrano dare.

«Il ruolo quindi del genitore è quello di aumentare la consapevolezza del figlio, da non confondere con la sua capacità di usare uno strumento digitale». Che, va sottolineato, nulla ha a che fare con una maggiore intelligenza. «Prensky aveva coniato il termine nativi digitali pensando che avrebbero avuto un cervello diverso, più sviluppato rispetto a noi. Invece non è così». Lo stesso Prensky oggi parla di “saggezza digitale”, intendendo consapevolezza, appunto. Consapevolezza di avere un’identità digitale, che è diversa da quella reale, e diversa ancora dalla reputazione digitale, temi sui quali è necessario informarsi, perché riguardano tutti. Noi, intanto, ci siamo scaricati il Il manifesto per l’educazione digitale. Chissà che non sia un buon inizio.

 

 

 

Genitori in rete sono:

Paloma Donadi, Michele Dal Bo, Sergio Albertini, Irene Zardini.

 

 

Link utili:

Genitorinrete.it

“Una vita da social” su FB
“Adolescienza” Osservatorio Nazionale Adolescenza

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