Vendemmia 2019? «Alta qualità e tempistiche perfette»

La vendemmia è ormai partita e c'è chi si chiede quale sarà la qualità del vino che finirà sulle tavole degli italiani, dopo un'estate caratterizzata da piogge e grandinate alternate a periodi di caldo intenso. A fare una previsione del raccolto è stato il professor Maurizio Boselli, docente di Viticultura all'Università di Verona.

vendemmia

Dal caldo afoso alle tempeste con tanto di grandine. L’estate 2019 non è stata clemente nei confronti delle colture italiane, in particolare con quelle di Lombardia e Triveneto, dove i danni registrati sono stati ingenti (stando a Coldiretti si parla di milioni di euro di danni in tutta Italia). E nel bel mezzo della vendemmia, che è già partita qualche settimana fa per i vini bianchi a base spumante, sembra opportuno tirare le somme per capire la quantità, ma soprattutto la qualità, della produzione vitivinicola che ci dovremo aspettare dopo un’estate meteorologicamente capricciosa.

Entusiasta di questo 2019 è sicuramente il professor Maurizio Boselli, titolare della cattedra di Viticoltura dell’Università di Verona, che ci ha parlato di un ritorno ai “tempi d’oro” della vendemmia.

Maurizio Boselli, docente di Viticultura dell'Università di Verona
Maurizio Boselli, docente di Viticultura dell’Università di Verona

Professor Boselli, prima il caldo poi la grandine. Come è stata questa stagione per i vigneti veronesi?

Ci siamo riallineati finalmente ai livelli produttivi medi veneti, triveneti e italiani. È una cosa importante, perchè l’anno scorso eravamo stati assolutamente “offline” con un eccesso di produzione che ora sta causando anche delle giacenze nelle cantine. L’andamento climatico è stato caratterizzato da variazioni molto significative in termini di temperature e piovosità fra aprile, maggio, giugno e luglio e ha comportato un riallineamento con le epoche vendemmiali e le epoche fenologiche normali, quando cioè le vendemmie si effettuavano, per le uve rosse, dal 25 settembre in avanti. Ciò ha comportato anche per le uve bianche un’annata particolarmente positiva in termini di qualità perché hanno mantenuto, grazie a questo andamento climatico, un eccellente rapporto zuccheri-acidità, e noi dell’acidità ci eravamo dimenticati nelle annate precedenti, particolarmente calde. Per le uve rosse dobbiamo ancora attendere ancora 2-3 settimane e non possiamo fare previsioni azzardate sulla qualità. Certo, abbiamo avuto degli eventi un po’ straordinari di grandine distribuiti in tutto il triveneto che hanno interessato la provincia di Verona e Vicenza in particolare e hanno danneggiato alcune situazioni, ma sono molto positivo. Rivedo le vendemmie degli anni ’80 e ’90, quando si riusciva a cogliere le uve in un contesto ambientale che consentiva di mantenere le caratteristiche organolettiche dell’uva per poi conservarle nel vino.

Si è parlato, invece, di una riduzione di produzione del Pinot Grigio. Si tratta di perdite gravi?

Il Pinot Grigio è soggetto ad alternanza di produzione, quindi a fronte di una produzione dell’anno scorso veramente alta, quest’anno c’è stato un riequilibrio. Abbiamo avuto inoltre un ritardo nella fioritura, che ha coinciso in certi casi anche con gli andamenti stagionali non favorevoli. Queste sono le motivazioni principali, ma dobbiamo anche pensare che stiamo parlando di una varietà a grappolo piccolo e non possiamo aspettarci produzioni tanto elevate (200-220 quintali di Pinot Grigio) come spesso anche i viticultori attendono.

Con il passare del tempo il clima sembra desinato a peggiorare sempre di più. Come influirà questo sulle vigne e sulla produzione?

Ciò andrà ad incidere in modo molto pesante. Di fatto stiamo assistendo ad un continuo salto del clima: le temperature si alzano da un anno all’altro e non progressivamente. Il Nord-Est però ha una peculiarità, il fatto di avere una viticultura resiliente: la variazione altimetrica del nostro territorio, che ci ha sempre causato problemi di gestione ordinaria del vigneto, oggi rappresenta un valore, perché possiamo trasferire le coltivazioni dalle zone più basse a quelle più elevate, come sta avvenendo anche in Valpolicella, dove la viticoltura si trasferisce fino oltre i 600 metri. Questo per noi è un grande valore perchè consente di avere temperature in altura più moderate, sbalzi termici molto più significativi tra giorno e notte e ventilazioni più interessanti. Un’altra strada possibile è quella di cambiare le varietà: ma noi l’esperienza con le varietà, per esempio del Sud Europa, l’abbiamo già fatta e i risultati sono stati molto modesti; quindi quello che può venire in aiuto è un miglioramento genetico profondo, ma che richiederà decine di anni. 

Qual è quindi la prospettiva futura della viticultura italiana?

La conservazione delle proprie eccellenze, dei propri vini icona in un momento in cui c’è grande interesse verso i vini italiani anche da Paesi emergenti come Africa e Asia, quindi dobbiamo presentarci con produzioni riconoscibili e di alto livello.

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