Un anno di sostanziale tenuta, a dimostrazione di come le PMI continuino a essere un motore per l’economia del sistema scaligero e italiano. Tuttavia la preoccupazione e l’incertezza già segnalate da Apindustria Confimi Verona nei primi sei mesi del 2019 hanno trovato conferma nel semestre successivo, pur con declinazioni e dinamiche diverse nei vari settori merceologici.

Il settore alimentare costituisce il secondo comparto manifatturiero nazionale: nel 2018 contava 56mila imprese per un fatturato che superava i 140 miliardi di euro, in crescita costante da più di 10 anni. «Il comparto veronese non fa eccezione e i dati del 2019 sono positivi (+1% circa ) e decisamente positivi per l’export agroalimentare sia nel beverage che nel food con incrementi nei singoli sotto settori che spesso vanno in doppia cifra», evidenzia il presidente dell’Associazione delle Piccole e Medie Imprese di Verona, Renato Della Bella. Una leggera flessione è correlata ai dazi, in particolare nel secondo semestre di quest’anno, ma l’agroalimentare scaligero si attesta un’eccellenza.

Il presidente di Apindustria Confimi Verona Renato Della Bella. Alla sua destra il Direttore Lorenzo Bossi.

Tra le problematiche che interessano la categoria, la difficoltà di movimentare merci per le resistenze dell’Austria che vuole ridurre il traffico su ruota sulla direttrice Brennero, Innsbruck, Monaco; poi le pratiche commerciali scorrette della grande distribuzione e della distribuzione organizzata in Italia. «La distribuzione alimentare è saldamente in mano di questi player dai fatturati normalmente 100 volte più grandi del proprio fornitore. Negli ultimi mesi molte materie prime sono in tensione e subiscono aumenti importanti, la necessità di rinegoziare i prezzi si scontra con rinnovi di contratto sempre più onerosi. La forza contrattuale della controparte obbliga i produttori a subire contratti capestro, pena la rottura del rapporto commerciale stesso», segnala.

Secondo un’indagine congiunturale di Confimi Industria (settembre 2019) sulle 40mila realtà associate a livello nazionale, l’Italia della piccola e media industria si conferma un Paese per lo più metalmeccanico, in cui il 44% delle aziende registra un fatturato annuo di circa 5 milioni di euro e in cui oltre l’85% ha meno di 50 dipendenti.

Nell’ambito veronese della metalmeccanica l’anno in corso si chiude con un andamento difforme: «Soprattutto in base al mercato di sbocco, alcune aziende sono migliorate a livello di fatturato, altre sono stazionare, molte sono peggiorate». Guardando al 2020, alcuni macro-segnali delle economie anche straniere e problemi che intaccheranno il settore, per esempio il caso Ilva, mantengono alta la preoccupazione. Sul fronte contrattuale, il dialogo di Confimi Industria con i sindacati procede.

Della Bella ieri nella sede di API con i giornalisti.

Tra le criticità riscontrate dagli industriali, le sfumature di una mancata competitività: la concorrenza interna e internazionale assieme a un prezzo di mercato non remunerativo. Stabili risultano essere, da anni, le richieste di riforme strutturali, in particolare la semplificazione burocratica e amministrativa. Sul tema Confimi ha calcolato che dal 2015 a oggi si sono aggiunti 53 nuovi adempimenti a carico delle imprese al netto di fatturazione elettronica e corrispettivi trasmessi tramite registratori telematici. Seguono la riduzione del cuneo fiscale sul lavoro e sui costi energetici, lotta a illegalità e corruzione.

Relativa difficoltà è stata registrata dalle aziende che operano in ambito digitale, come effetto della sofferenza del manifatturiero e dopo l’onda degli investimenti legati a industria 4.0 e trasformazione digitale; nei multiservizi e nel settore grafico-cartario dove, alle percentuali positive dei primi sei mesi del 2019 (con un aumento dal 5% al 10% e in alcuni casi anche del 20%), non è seguito lo stesso andamento nel secondo semestre.

In rallentamento risultano infine i comparti dell’edilizia, del legno con una seconda parte del 2019 contrassegnata dall’incertezza e del lapideo, «con una chiusura d’anno con qualche sofferenza soprattutto nel mercato del semilavorato – conclude Della Bella –. Per il prodotto finito e i lavori di fascia alta e di qualità, Verona si dimostra ancora in grado di competere, forte della sua tradizione manifatturiera di innovazione e di competenza sui materiali e sulle lavorazioni».