Frutticoltori: «Senza reddito da anni. E i mercati chiuderanno»

Piero Spellini è un membro della giunta di Confagricoltura Verona. Riportiamo la sua lettera di fine anno, in cui traccia un ritratto sconfortante della frutticoltura veronese, vessata da cimice asiatica e intemperie.

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Piero Spellini è un membro della giunta di Confagricoltura Verona. Riportiamo la sua lettera di fine anno, in cui traccia un ritratto sconfortante della frutticoltura veronese, vessata da cimice asiatica e intemperie. I mercati delle pesche chiuderanno – segnala Spellini – e i frutticoltori da cinque anni non riescono a guadagnare dal proprio lavoro.

«Sono un vecchio appassionato frutticoltore. Ho investito fino a sei mesi or sono nella mia azienda nel Villafranchese perché fosse sempre all’avanguardia, e oggi è considerata tale. Gli ultimi investimenti sono stati per chiudere gli appezzamenti, protetti da rete antigrandine, con le reti a fori sottili (anti carpo) per cercare di contenere l’invasione della cimice asiatica. La cosa è riuscita solo molto parzialmente.

Finite le raccolte ho cominciato a guardarmi in giro. La contabilità porta a risultati che definire sconfortanti è essere pazzescamente ottimisti. Mi sono chiesto se sono una mosca bianca o se non so produrre in modo economico. Ho avviato da vecchio ingegnere una mia indagine personale, che voglio condividere. Ho contattato circa 200 frutticoltori. Nessuno mi ha detto di aver chiuso il bilancio in maniera positiva, nella stragrande maggioranza dei casi, “a microfoni spenti”, conferma che sono cinque anni consecutivi che non si fa bilancio. I produttori di mele sono indecisi se togliere le piante quest’anno o provare per l’ultima volta. I peri hanno le radici che godono il fresco sopra terra. Il sistema bancario dice che, se guardiamo il debito rispetto al patrimonio, si può ancora resistere al fallimento un paio d’anni, ma se lo guardiamo rispetto ai fatturati e alle prospettive il settore è già morto.

Mi sono guardato in giro: dal prossimo anno non apriranno certamente il mercato delle pesche di Villafranca e quello di Valeggio; gli altri tre stanno discutendo su cosa fare, visto che i peschi sono spariti dalle campagne. Verona, che cercava di togliere a Latina la prima genitura del kiwi, ha tolto i frutteti, per la moria delle piante. Teoricamente questo sarebbe un anno buono per i prezzi, ma non c’è produzione e la poca che c’è è rovinata dalla cimice. I meli cercano di resistere, ma sono stati drasticamente estirpati per i prezzi irrisori e da ultimo per la cimice. Ho letto la relazione presentata dalla Regione Veneto, certamente fatta bene, ma fotografa una situazione del tutto irreale: cito solo il prezzo delle mele a 0,56 euro, contro un prezzo di campagna di 20 centesimi e un costo di produzione superiore ai 30.

Per quanto riguarda la legge sul caporalato, voglio dire che anche io mi sento vittima, ma del costo globale della manodopera e della burocrazia. Se anche l’anno prossimo il prezzo di vendita sarà uguale, non sarò in grado di pagare gli operai. Quanto alla burocrazia, ho assunto tra gli altri due ragazzi, il giovedì, per la raccolta che doveva cominciare il lunedì: uno se n’è andato in bicicletta con gli amici fino a Catanzaro, l’altro in Bulgaria a fare gare di moto. Assunzione, stipendio a ore zero, licenziamento totale euro 210 (senza contare il mio tempo perso), che tradotto in chili di mele a 20 centesimi sono 1.050 chili. Evito di commentare per non essere scurrile. Possibile che non si riesca a capire che la raccolta che dura forse due settimane non è un impiego, ma un’attività occasionale, che in Germania, Austria, Francia è considerata tale, che da dove oggi arrivano le mele (cioè Polonia, Ungheria, Slovenia, Repubblica Ceca) la manodopera per la raccolta costa 3,5 euro all’ora e loro, europei come noi, possono vendere a 20 centesimi mentre noi chiudiamo le aziende?

La mia zona è sempre stata all’avanguardia, ma ora con la sparizione delle pesche e del kiwi sta subendo una rapidissima trasformazione. Tre ettari di pesche mantenevano una famiglia, tre ettari di prato mantengono cinque vacche, forse, non certo una famiglia. Che quindi cerca di affittare, ma appezzamenti piccoli non li vuole nessuno, oppure cerca di vendere se trova qualcuno che compera, con prezzi crollati. Il numero delle aziende nei prossimi tre anni sarà drasticamente ridimensionato».