Dal Col, FabCube: «La formazione scolastica non è ancora al passo»

Alessandro Dal Col, coordinatore di FabCube, in occasione dell'ultimo appuntamento della XVI Settimana Veronese della finanza, racconta ai nostri microfoni la sua realtà e i progetti legati al mondo della formazione.

Alessandro Dal Col
Alessandro Dal Col

Se la scuola in alcuni casi fa fatica a favorire il contesto, ci pensano delle realtà come i FabLab, definiti come “palestre del lavoro” e che in Veneto sono stati messi in rete grazie a un’esperienza dal nome FabCube, coordinata da Alessandro Dal Col, che ai nostri microfoni racconta la sua realtà.

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Cos’è un FabLab? Com’è nata l’idea di mettere insieme questi punti nel Veneto per creare maggiori opportunità sia per i giovani sia per le PMI?

I FabLab nascono da un’esperienza del MIT di Boston, quando uno dei direttori di dipartimento ha deciso di aprire dei laboratori del MIT non solo ai ricercatori ma a tutti gli studenti e a tutti coloro che volessero usare strumenti tecnologici come le stampanti 3D. Questo ha portato alla nascita di una serie di startup, nuove imprese e creazione di nuove tecnologie. Grazie a questa buona esperienza il movimento si è diffuso in tutto il mondo, contando oggi un network globale di quasi duemila FabLab, arrivando in Veneto una decina di anni fa. Abbiamo deciso di unire questa propensione tecnologica di questi laboratori dove si fa innovazione aperta e si consente a chiunque di mettere mani alle nuove tecnologie con il mondo delle imprese e della formazione. Da qui nasce FabCube per creare servizi di supporto alle imprese e a chi vuole formarsi. Noi facciamo sia ricerca interna, come nell’ambito agricolo in cui abbiamo un progetto molto interessante per la gestione delle serre, fino ad arrivare all’artigianato digitale, nel settore del tessile e della manifattura. Quello che facciamo è venire incontro alle imprese nei processi di innovazione: uno step fondamentale per restare al passo con il mercato. FabCube è una realtà fondamentale per il supporto alle imprese in questo ambito. Quello che vediamo come una problematica di rilievo è che la formazione scolastica non sta preparando un numero sufficiente di figure adatte a questo impiego. 

I FabLab sono nati quasi come un esperimento sociale, oltre che professionale. Ormai non si può più parlare di startup e progetti sperimentali, ma si tratta di realtà ormai consolidate. A distanza di sette anni, qual è la conformazione di queste realtà che ormai sono entrate a far parte del tessuto socioeconomico del territorio?

Qualcuna purtroppo è scomparsa nel frattempo. Sono riusciti a progredire soprattutto quelli che sono riusciti a entrare più in contatto con il mondo delle imprese e quelli che sono riusciti ad avere una crescita e un ambito sempre più vasto. Per quanto riguarda la formazione, noi siamo partner di un progetto Erasmus internazionale che mira a sviluppare le competenze digitali degli insegnanti e fare in modo che favoriscano le STEM e l’avvicinarsi di un pubblico sempre più vasto di studenti a corsi come quelli ITS che portano a competenze ingegneristico-scientifiche. Altro capitolo importante è favorire una sempre maggiore internazionalizzazione. Diventa sempre più facile, anche grazie alla pandemia, avere un approccio globale e internazionale, quindi un sacco di opportunità e potenziali competitors. Siamo partner di un progetto del Ministero degli Esteri e dell’Organizzazione internazionale dei migranti per avvicinare le due sponde del Mediterraneo nella formazione in ambito tecnico ingegneristico e informatico. Anche questo dev’essere considerato come uno dei potenziali sviluppi del nostro Paese: non solo formare internamente ma diventare potenziali attrattori anche per altri Paesi. 

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Incontrate le aziende con i FabLab e date dei suggerimenti basati sulla vostra esperienza. Quali sono gli scenari da guardare con più interesse per il futuro?

Senz’altro una sempre maggiore automazione dei cicli produttivi. Si sta andando verso un’automazione di grossi lotti e la personalizzazione avviene con macchine automatiche e tutto un processo produttivo automatizzato, dall’ordine del cliente alla consegna. C’è un’automatizzazione della produzione all’interno della fabbrica e di tutta la catena produttiva, utilizzando tecnologie diverse, anche come la blockchain, che consente un’industria 4.0. Anche le tecnologie di predizione, basate sull’analisi dei dati, sono fondamentali per entrare veramente in quello che è il nuovo paradigma industriale. Il problema del nostro Paese è che le circostanze non sempre sono al passo con le imprese. Purtroppo c’è stata una sentenza del Consiglio di Stato di un paio di mesi fa che ha impedito la nuova metodologia di creazione digitale della startup innovative, imponendo a tutti di tornare dal notaio. In Italia si fa un passo avanti e due indietro.

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