Cattolica, Minali replica ai vertici della società

L'ex amministratore delegato di Cattolica Assicurazioni, Alberto Minali, replica alle affermazioni dell'attuale ad Carlo Ferraresi.

Alberto Minali
Alberto Minali

L’ex amministratore delegato di Cattolica Assicurazioni, Alberto Minali, replica alle affermazioni dell’attuale ad Carlo Ferraresi, che ha – a suo dire «maldestramente» – individuato nella joint venture con Banco Bpm, voluta da Minali, la causa principale dell’aumento di capitale chiesto dall’Ivass a Cattolica.

La causa del crollo del solvency ratio nella primavera del 2020 «secondo alcuni attenti osservatori», rileva Minali, non sarebbe l’operazione con il Banco ma «una lettura non corretta del contesto macroeconomico da parte dell’attuale management che ha portato a non considerare prioritario il rischio spread con la conseguente e inspiegabile disattivazione di strumenti di copertura di tale rischio che ha compromesso irrimediabilmente la posizione di solvency di gruppo».

«Senza la loro improvvida disattivazione la solvency sarebbe stata agilmente a nord di 130% rispetto a quella registrata al 15 maggio di 103%», afferma Minali.

«Perché e chi ha deciso di chiuderle? Perché tale decisione non è stata portata all’attenzione del consiglio? Aveva l’ad Ferraresi i poteri per farlo? Perché non mi sono state date risposte in consiglio quando chiesi spiegazione della decisione che era stata presa?» domanda Minali, invitando Ferraresi a «una seria riflessione visto che l’evento traumatico per Cattolica si è verificato sotto la sua gestione mentre il profilo rischio/rendimento dell’operazione Banco Bpm è stato sotto controllo, come documentato dai numeri prodotti dalla società, durante la mia amministrazione».

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Minali ricorda che la jv con il Banco, il cui contratto «è stato firmato» da Ferraresi ai tempi «dg con responsabilità sulla bancassurance aveva l’importante finalità strategica di rafforzare la capacità distributiva del canale bancassicurativo» e che la stessa è stata discussa in ben dieci sedute, approvata all’unanimità e con grande soddisfazioni dal cda, secondo Minali.

A favore dell’operazione, ricorda Minali, ha giocato anche il fatto «che non avrebbe avuto effetti significativamente negativi sul profilo di patrimonializzazione comportando un impatto di soli 16 punti percentuali sul solvency ratio e non 40» come affermato da Ferraresi, assicurando, a valle dell’operazione, un livello del 199% «che anche menti non sofisticate potranno giudicare di assoluta tranquillità».

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Per quanto riguarda l’impatto della jv sulla posizione di capitale Minali ricorda che nel terzo trimestre 2019, prima della revoca delle deleghe, il solvency ratio «era di 169% all’interno del corridoio 160%-180% indicato nel Piano Strategico e in crescita rispetto al dato del corrispondente periodo dell’anno precedente e che tale posizione si è ulteriormente rafforzata verso la fine del 2019 toccando il livello di 175%».

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