Aziende, quanto costa la cassa integrazione

Sebbene venga azzerato il contributo richiesto dalla normativa ordinaria per i periodi di cassa integrazione fruiti dall’azienda, permangono alcuni oneri a carico dei datori di lavoro. A precisarlo la Fondazione Studi Consulenti del Lavoro che nell’approfondimento del 7 novembre ha stilato con pratiche tabelle esemplificative un elenco dei costi per la cassa integrazione per quattro aziende di settori diversi.

Gli ultimi provvedimenti emergenziali adottati hanno previsto un prolungamento del divieto di licenziamento fino a fine gennaio 2021, con grande impatto sul piano delle limitazioni all’iniziativa economica costituzionalmente tutelata dall’articolo 41. A compensare tale divieto dovrebbero provvedere i trattamenti d’integrazione salariale emergenziale che apparentemente non avrebbero costi per le imprese.

Anche nel caso di totale sospensione dell’attività lavorativa, tuttavia, l’accesso agli ammortizzatori sociali legati alla crisi epidemiologica da Covid-19, non è gratuito. Fermo, infatti, l’azzeramento del contributo richiesto dalla normativa ordinaria per i periodi di cassa integrazione fruiti dall’azienda, permangono comunque taluni oneri a carico dei datori di lavoro. Occorre infatti evidenziare che il trattamento di fine rapporto, per la totale durata della sospensione, continua a maturare sulla retribuzione che il dipendente avrebbe percepito qualora avesse svolto la propria prestazione lavorativa.

Tale disciplina comporta un onere significativo a carico dei datori di lavoro, che incide a prescindere dall’effettiva prestazione del lavoratore in questi difficili mesi emergenziali, caratterizzati da sempre più complesse e restrittive disposizioni, volte a preservare la salute dei cittadini. Ad esempio, nel settore metalmeccanico industria il costo medio mensile, a titolo di trattamento di fine rapporto, a carico dell’azienda per singolo dipendente – che muta in considerazione dei diversi livelli contrattuali – può variare da euro 120,64 mensili per un lavoratore inquadrato al livello 3° fino ad euro 144,47 per il dipendente inquadrato al livello 5° S.

Le disposizioni di cui all’art.2, commi da 31 a 35, della legge 28 giugno 2012, n. 92, hanno poi disciplinato il cosiddetto ticket di licenziamento. Più nel dettaglio, la norma ha disposto che, nei casi di interruzione di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato per le causali che darebbero diritto alla NASpI, è dovuta, a carico del datore di lavoro, una somma pari al 41% del massimale mensile di NASpI per ogni dodici mesi di anzianità aziendale negli ultimi tre anni.

Altro elemento da considerare è il fatto che, durante il periodo di trattamento integrativo, l’anzianità di servizio non si sospende, pertanto tutti gli istituti ad essa collegati e previsti dai diversi contratti collettivi, quali, a titolo esemplificativo, scatti di anzianità, periodo di comporto, diversa maturazione dei ratei di ferie, etc., continueranno a produrre i loro effetti. Inoltre, i principali CCNL prevedono altri istituti che possono incrementare ulteriormente gli oneri a carico delle aziende in tale periodo, tra i quali vi sono ad esempio i contributi ai fondi sanitari o agli enti bilaterali.

Infine, in aggiunta ai suddetti oneri direttamente connessi al periodo correlato alla crisi sanitaria, le aziende, negli anni passati, in relazione al proprio settore nonché al numero di dipendenti in forza, hanno contribuito a finanziare i fondi per i trattamenti ordinari di integrazione salariale, non propedeutici tuttavia alla fruizione dei trattamenti emergenziali.