Anche le Pmi alimentari escluse dal Decreto Ristori

Si prospetta un 2021 drammatico per le Pmi alimentari: il 70% delle imprese contano di non recuperare il fatturato nei prossimi dodici mesi. «Un danno economico e sociale che non sembra avere una ricetta risolutiva a breve termine», afferma Pietro Marcato, presidente di Confimi Alimentare e referente del settore alimentare di Apindustria Confimi Verona.

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Pietro Marcato, presidente settore alimentare di Apindustria Confimi Verona

Nuove ombre sulle Pmi alimentari che, tra le grandi escluse dal Decreto Ristori, vedono nero anche il 2021: il 70% non crede di riuscire a recuperare il fatturato perso neppure tra dodici mesi. Vittime indirette delle nuove misure governative, le Pmi del food “Made in Italy” sono di fatto colpite negli affari: basti pensare che il 30% del totale del fatturato nazionale dei consumi alimentari è regolato dal consumo di pasti fuori casa. E con la chiusura di bar, ristoranti e pizzerie, pasticcerie e gelaterie vengono penalizzati i prodotti alimentari di piccola produzione, prodotti di altissima qualità preferiti da chef e ristoratori, prodotti che di certo non sono adatti a vivere sugli scaffali della grande distribuzione.

Un settore in ginocchio anche se si guarda alle esportazioni: con l’Europa ferma a per combattere il virus, vengono meno i proventi dell’export su cui fanno affidamento circa il 45% delle imprese alimentari che esportano oltre il 50% della loro produzione. È quanto emerge dall’indagine che Confimi Industria Alimentare ha condotto intervistando i propri associati, un bacino di poco più di tremila e 500 aziende con oltre 35mila e 100 dipendenti. Un campione che – in riferimento alle misure economiche messe a disposizione dal Governo – è diviso a metà: solo il 50% ha fatto richiesta dei fondi messi a disposizione, interessandosi per lo più alla tranche da 30mila euro. Eppure, un 10% non ha ancora ricevuto la somma.

Pmi resilienti e tenaci tanto che per 3/4 hanno abbandonato l’utilizzo degli ammortizzatori sociali. Non solo, addio allo smart working per il 93% del campione rispondente. E rimanendo sul tema occupazione, le pmi del settore alimentare non sembrano attendere il 31 marzo, data in cui termina il blocco dei licenziamenti: il 53% degli imprenditori dichiara che terrà stabile l’organico, il 26% prevede perfino nuove assunzioni (per lo più per affrontare il turnover), solo il 17% ha in previsione una riduzione del personale.

«Un danno economico e sociale che non sembra avere una ricetta risolutiva a breve termine – spiega Pietro Marcato, presidente di Confimi Alimentare e referente del settore alimentare di Apindustria Confimi Verona -. Dal mio osservatorio sto assistendo a un fenomeno insolito per la mia generazione di imprenditore, lo studio di nuove operazioni, nuove strategie e progettualità in sinergia con i partner storici e fidelizzati. Ancora una volta le Pmi privilegiano il territorio e i rapporti umani».