Non chiamateli libretti per bambini

«La buona letteratura dedicata all’infanzia non accoglie diminutivi». È così che Lucia Cipriani, anima della giocattolerìa- libreria Farfilò, ci spiega, con il modo speciale che ha di creare un rapporto intimo fra lei e chi l’ascolta, come la lettura sia «un dono condiviso», una modalità di arricchimento anche nella relazione affettiva tra genitori e figli. L’abbiamo incontrata al Tocatì – Festival Internazionale dei Giochi in Strada – in Biblioteca Civica, fra i suoi amati libri. Perché mai come in questo periodo storico abbiamo bisogno di storie per confrontarci.

 Quando è nata la sua passione per la lettura?

Lavoro con i libri e con i bambini da sempre. Ad otto anni ho iniziato a leggere ad alta voce prima per i miei pupazzi e poi crescendo per altri bambini. Da allora non ho più smesso. Per dieci anni sono stata bibliotecaria che rimane, a mio avviso, uno dei mestieri più belli del mondo.

 Quali altre esperienze sono state per lei fondamentali?

Sia a Bologna che a Verona, ho lavorato in spazi pensati come sostegno della genitorialità (figli 0-3 anni), e, durante questa esperienza, mi sono resa conto che la lettura può essere un dono condiviso, che fai e al contempo ricevi. Leggere è una modalità di stare insieme per il genitore e per il bambino, può essere un’opportunità di grande arricchimento nella relazione affettiva.  Attraverso la voce della mamma o del papà si genera e si alimenta, inoltre, quel terreno umido nel quale l’immaginazione del piccolo può crescere e svilupparsi.

 

Perché ama leggere?

Mia madre aveva letto per me tenendomi in braccio, assieme abbiamo sfogliato libri e osservato immagini; un ricordo di grande valore per me. Credo, di essere nata allora come lettrice. Mi teneva in braccio con il biberon da una parte e un libro dall’altra. Era un rituale per noi.

 Perché consiglia di leggere ad un bambino ancor prima che nasca?

Il senso dell’udito si sviluppa già in gravidanza, leggergli qualcosa fin da piccolissimo può essere fondamentale. Imparerà così a conoscere la voce della madre e poi a riconoscerla. Dico sempre che, paradossalmente, si potrebbe leggergli anche Vanity Fair, non necessariamente un libro. Il legame che si crea con la voce è profondo e ne scaturisce un impriting positivo.

 Leggere e parlare ad un bambino non sono la stessa cosa quindi?

Leggere non è come parlare. Le corde della lettura sono completamente diverse: si calma il respiro, cambia il tono della voce. Se il genitore, o chi legge, si emoziona e la voce vibra, si emozionerà anche chi ascolta. E questo vale non solo per i più piccoli ma anche per gli adulti.

 Cosa possiamo fare con la lettura?

Con la lettura, recuperiamo le storie degli altri e, tutti noi ci nutriamo di queste per confrontarci, per vivere, per non avere paura degli altri. È quello che ci serve in questo momento. Le storie ci permettono di non escludere l’altro. L’altro ci fa paura perché non conosciamo la sua storia. C’è un bellissimo libro di Jonathan Gottschall che si intitola L’istinto di narrare. «Nessun altro animale dipende dalla narrazione quanto l’essere umano». Anche i bambini nel loro “fare finta” inventano storie, amplificano la loro immaginazione e ne fanno esperienza. Questo istinto è in realtà antichissimo. Le storie ci circondano, sono dappertutto, sono il nostro pane.

 Negli ultimi tempi, c’è un’attenzione forte per la lettura ai più piccoli, ne è un esempio l’iniziativa “Nati per leggere”.

Io sono stata nel coordinamento veronese per diverso tempo e mi sono dedicata anche alla formazione dei lettori volontari. È un progetto importante che va curato e sostenuto, capace di fare cultura e di creare grandi benefici per l’intera collettività.

 E le illustrazioni?

Personalmente lavoro molto con le illustrazioni. Credo che le bambine e i bambini vadano accompagnati ed educati a leggere le figure, a riconoscere la bellezza. Adoro i picture books, connubio perfetto di parole e immagini.

 Ha creato Farfilò. Gioco, leggo, creo. Un luogo di incontro e un punto di riferimento per mamme, papà e non solo. Perché questo nome?

Volevo riprendere la tradizione veronese del raccontare storie, anche se poi ho scoperto che in tutta Italia e anche in Europa, esiste un “Farfilò”. Alla sera ci si sedeva nella stalla, che allora, d’inverno, era il luogo più caldo e ci si raccontava delle storie, si stava insieme. I racconti univano le comunità e si tramandavano col tempo. Il Farfilò che ho voluto è un contenitore, è uno stimolo al gioco, al creare, alla condivisione.

Lucia Cipriani nella sua libreria

Una cosa che non sopporta?

Sono allergica ai diminutivi, (sorride, ndr). Quando mi chiedono se ho un libretto, ecco, diciamo, che è una parola che non mi appartiene. La buona letteratura dedicata all’infanzia non accoglie diminutivi, chi la conosce sa quanta cura, attenzione, studio e competenza impieghi chi lavora alla realizzazione di un libro, che potrà essere talvolta piccolo nelle dimensioni, ma mai nel contenuto.  Come sostiene Beatrice Alemagna nel suo Che cos’è un bambino?, «Un bambino ha piccole mani, piccoli piedi e piccole orecchie, ma non per questo ha idee piccole». Le idee dei bambini a volte sono grandissime, divertono i grandi, fanno loro spalancare la bocca e dire: ‘Ah’! Forse dovremmo tutti tenere a mente un po’ più spesso chi sono realmente i bambini. E proprio per questo -ad essere sincera- c’è un’altra cosa che non sopporto e anzi mi allarma: la funzionalità che sempre più spesso in molti chiedono ai libri dedicati all’infanzia. I libri non devono servire a togliere pannolini, abbandonare ciucci, amare la scuola: lasciamo i libri liberi di accrescere la fantasia, l’immaginazione e l’intelligenza dei nostri bambini.

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