Tobjah: «La musica è una vocazione»

Tobjah, letteralmente “Dio è buono” in ebraico, è il nome con cui Tobia Poltronieri ha pubblicato il suo primo album solista “Casa, finalmente” (aprile 2018) per Trovarobato. Impossibile da classificare o racchiudere dentro un solo genere.

A cura di Tommaso Stanizzi

Dalla fondazione del collettivo C+C=Maxigross al tour Europeo con Miles Cooper Seaton (Akron/Family) passando dalle aperture dei tour di Iosonouncane e Paolo Angeli, Tobia o, meglio “Tobjah”, è sempre stata una personalità che mi ha affascinato. Da tempo avevo voglia di parlarci. Con questa intervista non vi sconvolgerò ma sicuramente vi farà riflettere.

Una nuova ondata di cantautorato Italiano, seppur non sempre elevatissima, ci ha comunque fatto riscoprire la bellezza della nostra lingua. Nel tuo caso quale è stata la motivazione che ti ha spinto a lasciare l’inglese per cantare nella tua lingua?

Faccio due esempi molto semplici: ieri ho potuto cantare le mie canzoni durante la presentazione in libreria di una raccolta di poesie di un amico; con questo progetto (tour e album) ho potuto invitare le mie nonne (ultra ottantenni) a vedermi dal vivo e ad ascoltare il mio disco. Tutto ciò finalmente senza sentirmi dire: «Bello, ma non capisco cosa dici». Nella semplicità di questa osservazione, che mi era stata gentilmente donata da mia nonna quando cantavo in inglese, credo sia racchiuso il senso della mia scelta.

Quanto oggi un cantante o una band possono semplicemente definirsi artisti e quanto azienda (vista l’importanza della comunicazione, dei social, degli uffici stampa,etc.) ?

Non credo ci sia e ci debba essere una risposta a questa domanda. Credo che l’artista sia una condizione, una vocazione, piuttosto che un mestiere, che allora diventa artigianato. L’artigiano va in pensione, l’artista, se lo vuole e ci crede, rimane artista tutta la vita.

Da febbraio ad oggi hai girato l’Italia con il tuo disco solista. Che Italia hai visto e come la racconteresti ai nostri lettori?

Ho attraversato piccole realtà, contesti molto intimi dove il dialogo con il pubblico è assolutamente diretto ed è possibile riportare la comunicazione ad un livello umano, senza intermediari, anche solo tecnologici. Spesso ho suonato in acustico in case o stanze dove la mia voce valeva come quella degli altri, non essendo amplificata da un impianto. E perciò abbiamo dovuto trovare una dimensione comune, una collaborazione per far avvenire il concerto. Ho visto un’Italia forse marginale, ma senz’altro reale, dove per quanto mi riguarda risiede l’unica speranza del nostro presente, ovvero le micro comunità. Io credo si debba ripartire da lì, anche solo perché l’esatto opposto non mi pare abbia funzionato.

Come spesso noterai, Verona è sempre fuori geograficamente da molti importanti tour. Secondo te perchè?

Per la mia percezione tra Arena, Teatro Romano, Filarmonico, palazzetti vari e Castello Scaligero di Villafranca, solo per citare i posti più grossi, di tour importanti ne passano anche abbastanza. Il problema se mai lo ritrovo nella dimensione più “piccolina”, ma pur sempre fondamentale, della musica dal vivo. Per intenderci i locali (di musica dal vivo, non discoteche) con una capienza da 500 persone in giù fanno sempre più fatica in tutta Italia (lo vedo coi miei occhi da quando ho cominciato a girare nel 2011). Credo che ciò stia avvenendo perché non c’è stato il ricambio generazionale del pubblico della musica dal vivo di dieci anni fa. Questo pubblico è sempre più raro in ogni città, in proporzione alla sua dimensione naturalmente (a Roma un locale come il Monk riesce a portare avanti una programmazione settimanale di tutto rispetto da anni, ma ha una capienza di massimo 800 persone, in una città di quasi tre milioni di abitanti). Poi che a Verona ci sia ancora meno pubblico interessato alla musica dal vivo in proporzione ad altre città è un evidente segno culturale che si commenta da sé.