Perché la musica si muove nel segreto

Da qualche mese Marco Vinco è diventato il direttore del Polo nazionale artistico per l’Opera italiana, che ha sede proprio a Verona. Prima c’è stata una carriera internazionale, la lirica come vocazione, sorella, amante. Marco Vinco, basso-baritono, è stato per anni la voce di personaggi epici, dando loro occasione e speranza di espressione sui palcoscenici più importanti del mondo. Poi si è fermato perché «dappertutto non è il posto in cui cercare» come ricorda a ciascuno di noi il poeta Pierluigi Cappello.

Mentre va al lavoro a piedi, fa le foto al cielo Marco Vinco. Vent’anni nei teatri, vent’anni da cantante lirico non lo hanno reso indenne al sublime: che sia in un blu senza nuvole sopra San Fermo o i secoli di passioni ininterrotte che trovano ultimo sollievo in un libretto d’opera. Ora è il direttore del polo, unico in Italia, per l’Opera lirica, che vede come presidente la Sovrintendente di Fondazione Arena, Cecilia Gasdia (per anni è stata lei la direttrice dell’Accademia, ndr).

Un ente modellato a consorzio (nel novero delle istituzioni pubbliche, da quando è stato fondato nel 2008, c’è il Ministero dell’Istruzione Università e Ricerca, la Fondazione Arena di Verona, il Conservatorio di Musica “E. F. dall’Abaco” di Verona, l’Università degli Studi di Verona, l’Accademia di Belle Arti di Verona, l’Accademia Nazionale di Danza di Roma, l’ISIA Design di Firenze e la Regione del Veneto).

È votato alla ricerca, alla sperimentazione, alla produzione di spettacoli e, soprattutto, alla formazione delle figure professionali che abbracciano le discipline del teatro musicale e coreutico. In sintesi «agli studenti facciamo mettere i piedi sulle assi del palcoscenico».

Il cuore, visto che siamo a Verona, è la lirica e tutta la galassia operativa che la permette; dai registi, ai compositori, passando per scenografi e costumisti. La Verona Accademia per l’Opera italiana (questo il nome ufficiale) è il luogo – forse troppo poco noto ai profani – dove la lirica sorge e risorge. Master post laurea, corsi aperti a tutti, workshop con grandi nomi internazionali, stage nei teatri più prestigiosi di mezza Europa: tutto comincia nelle sale definite dal liberty di Palazzo Boggian (sede succursale, tra l’altro, anche del Conservatorio scaligero).

«La prima settimana di aprile abbiamo ospitato un laboratorio di regia lirica con uno dei grandi nomi, Paul Curran. Il 27 -28 aprile invece un workshop di danza classica e contemporanea. A maggio un altro laboratorio di regia riservato agli studenti iscritti al master e poi un workshop di trucco e parrucco scenico, con tanto di body painting in diretta, aperto, invece, a tutta la cittadinanza, un “assaggio” dei percorsi didattici che vogliamo far partire già da settembre».

Il corso di sartoria teatrale e cinematografica (di durata biennale) si commenta da solo: è tra i più partecipati e finora ha regalato sbocchi lavorativi agli allievi che hanno potuto “provarsi”, vestendo le opere liriche più prestigiose della penisola e non solo. Come per ogni settore, come per ogni sogno, si comincia da poco, dagli orli dei propri obiettivi.

Lo sa bene Marco Vinco. La sua vita oggi è la conseguenza di aver trovato quel che ama. Il battesimo a soli undici anni nel coro delle voci bianche dell’Arena, la crudele e bellissima Turandot come inaugurazione artistica. Comincia a diciassette anni, quasi senza saperlo, a corteggiare il suo futuro quando chiede allo zio Ivo Vinco (noto cantante lirico, ndr), «un nonno, un maestro per me», di ampliargli la voce.

«Ero un rockettaro, facevo il frontman di una band e non riuscivo ad arrivare alla fine di un concerto, avevo la voce poco educata; la perdevo subito». Dopo appena una mezz’ora di prove, in un pomeriggio come gli altri, il responso che gli stravolge la vita «tu hai la voce per il teatro».

Rinuncia alla chitarra elettrica e si mette a modellare quel «materiale per cantare». Anni di università divisi con millimetrica attenzione, tra diritto, codici (Vinco è laureato in Giurisprudenza) e canto. Ad appena 21 anni l’occasione, Katia Ricciarelli lo nota e nel 1998 viene scritturato a Lecce per la Bohème.

 

Un elenco infinito di teatri riempie la sua biografia artistica e personale (La Fenice di Venezia, il Teatro alla Scala di Milano, il Teatro dell’Opera di Roma, il Teatro San Carlo di Napoli e ancora i palcoscenici più pregiati della Francia, della Spagna, del Portogallo, di Tokjo, Vienna, New York). Ruoli da protagonista, partiture complicatissime, presenza scenica sempre e ovunque ammirata.

I suoi viaggi, («quella vita raminga da cantante»), il peso di sentirsi perennemente decontestualizzato, «in un luogo sempre più di due settimane, mai più di un mese». Paesi bellissimi, teatri sognati, ma la costante eradicazione un giorno ha stancato questo artista originario di Bosco Chiesanuova.

«Il genio e l’imbecillità» sono le peculiarità richieste al cantante lirico nella sintesi spietata che ne diede a suo tempo Eugenio Montale e che Vinco non smette di richiamare alla mente. «Il cantante, nel sistema dell’Opera, viene trattato da esecutore, le facoltà decisionali sono oggi sempre più appannaggio esclusivo del direttore d’orchestra, del regista».

All’attivo lui ha collaborazioni con tutta la costellazione dei grandi registi da Franco Zeffirelli a Hugo de Ana, passando per Pierluigi Pizzi, Dario Fo, Toni Servillo, Gigi Proietti. Ma se «cantare è un atto di obbedienza alla propria voce», come ha ripetuto in tante interviste del passato, Vinco ora ha iniziato ad imbastire obbedienze anche verso altro, verso le motivazioni interiori della musica, per esempio.

Circostanzia la sua battaglia sublime sia nel ruolo manageriale che ora ricopre ma anche come editorialista su L’Arena. Scrive di Mozart e di come persiste, prendendo residenza nelle suonerie dei nostri cellulari. Dedica riflessioni sconsolate alla percezione stantia della lirica nel nostro Paese. Tra le dieci opere più rappresentate nel mondo, ogni anno, otto sono italiane, ma noi, «figli inconsapevoli», continuiamo a considerare questo corpus artistico come «una cosa da museo». Sul suolo internazionale ci sono arcipelaghi speciali, i teatri, dove si parla italiano, dove tutti «vogliono conversare nella lingua dell’Opera» con esiti che non mancano di ironia «capita che qualcuno ti dica: “ti sei cangiato la camicia?”».

Scampoli di Italia sparsi nel mondo, lì non si contano le code di universitari per comprare gli abbonamenti,  nella platea «i giapponesi, gli spagnoli, gli americani si commuovono, piangono». Perché nella lirica, se l’ascolto è vero, «ci perdi il respiro dentro e non arrivi mai a toccare il fondo». Anche, e soprattutto perché – e questo è l’assioma che eccede salottiere e modaiole riduzioni – «la musica si muove nel segreto».