È «una via di mezzo tra quello che ho fatto negli ultimi 20 anni e qualche concessione al nuovo disco che uscirà per ottobre» come ha detto lo stesso Marco Parente, poco prima di salire sul palco , lo spirito che ha animato il concerto all’Opificio dei Sensi di venerdì 14 giugno, alla presentazione del suo “Poe3 is not dead“.

Un passato che porta nomi come L’inseguimento geniale, Eppur non basta, Il posto delle fragole. Canzoni pop nel senso più nobile del termine, dire molto con il poco, senza  cadere nel banale.

Sale on stage in solitaria, con la chitarra certo, ma con sequencer e drum machine, stravolgendo i raffinati ed efficaci arrangiamenti delle sue canzoni, giocando con le parole, il loro senso e ancor di più con il suono, vera stella polare dell’opus parentiano.

«Ci saranno anche strane incursioni in progetti che in questi anni ho seguito in parallelo all’attività discografica, quindi una piccola concessione ad una partitura che ho fatto su Marcel Duchamp e forse qualcosa che ho fatto su Dino Campana».

«Duchamp – ha spiegato Marco Parente alla domanda sulle ragioni del suo interesse per l’artista – anzitutto perché siamo nati lo stesso giorno. Quando l’ho scoperto, non molto tempo fa, ho potuto farmi ragione di un sacco di cose che non vanno e di come vanno nel mio percorso.»

«In qualche modo è vero che stelle e numeri hanno una poetica interna e una carta immaginifica che in qualche modo ci coinvolge anche se nati in luoghi e tempi diversi. Trovo ci siano delle coincidenze nel modo di vedere le cose».

«Lo spettacolo – ha spiegato poi il cantante – è interamente basato sulla sua ultima intervista, un anno prima della morte. Quando l’ho letta, ho trovato che ogni risposta era una risposta a qualcosa che sapevo di avere. Le sue erano risposte a me più che al giornalista».

«Con la parola – ha proseguito Parente  alla domanda sul suo rapporto con il testo e la letteratura – ho un rapporto conflittuale, sono diffidente ma allo stesso tempo ne sono maniacalmente attratto. Forse i testi sono la cosa su cui continuo a mettere le mani fino all’ultimo momento. Non per eccesso di perfezionismo, ma perché spesso la parola è inadeguata, spesso ti confonde, è un inciampo.»

«Per me – ha sintetizzato l’autore – le parole sono un fatto privato, nel senso che non ho mai la presunzione di voler rivelare qualcosa se non a me stesso. Scendo a patti con la parola, cosa che non faccio mai con la musica. Se devo rinunciare alla parola per un suono, rinuncio. Ma non accade mai il contrario».

Sulla tecnologia – da produttore di musica e da fruitore – «ci facciamo usare dalla tecnologia, questo va combattuto non senso senso di tornare indietro, ma nel senso di imparare ad usarla, un po’ come quando si prende la patente. Vale anche per Internet. Nel mio piccolo, musicalmente ho tentato l’idea del “disco pubblico”, che vive nel momento in cui lo presento al pubblico. Che lo incamera nel suo “heart-disk” o nel suo supporto digitale».

Il pubblico viene investito poi della carica di divulgatore, lo rilancia, lo pubblica, ne diventa parte attiva. Purtroppo ha avuto poca eco, «troppa semplificazione – ha sintetizzato ancora il musicista.

Il nuovo progetto, frutto del lavoro di due anni, uscirà con un singolo il 6 settembre e come album il 12 ottobre.  «Anche se – ha sottolineato – ci saranno a breve delle sorprese. Io e Paolo Benvegnù stiamo ripercorrendo una storia, chitarra e voce, ciascuno con le proprie canzoni, che ci ha visto quasi da subito molto complici e questo avverrà prossimamente.»

 

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.