Il Simposio di Platone e quello che ci dice, ancora e soprattutto oggi, sull’amore

Un’attualità sconcertante e definitiva appartiene da sempre al mito. Arriva quasi come coincidenza di senso, in questi giorni concitati, la narrazione di Vittorio Continelli, che venerdì ha chiuso il Festival dello Storytelling di Pensiero Visibile. Il ricorso all’epica, a quelle storie che parlano – anche fosse solo per un frammento – di noi, è un modo per redigere l’anamnesi dell’amore e una sua pressoché inattaccabile definizione giunta al nostro presente da una voce mai arresa del V secolo a. C. Se per Fedro amare vuol dire «stare nell’alito di Dio» per Aristofane è la tensione alla ricomposizione che imbastiamo noi tutti, spezzati in metà solitarie, tese solo a ritrovare quell’interezza antica.

 

L’epica, in fin dei conti, si studiava anche a scuola. Omero, gli Achei e tutta la sarabanda conseguente, compreso Tiresia l’indovino cieco, onnipresente, mutato in donna, e poi di nuovo in uomo a seconda dei capricci divini. La mitologia è l’archetipo di ogni archetipo. O, più semplicemente, la matrice di ciascuna delle nostre azioni: mentre viviamo, pare quasi che continuiamo a verificare la ragonevolezza di ogni mito che ci ha preceduto. Vittorio Continelli, attore e «teatrante», come un aedo moderno da anni intreccia «l’erotomania» di Zeus a Minosse, narra di Teseo e di quel suo padre perduto nel mare che, in memoria del lutto, ancora oggi si chiama Egeo. «Sono storie che ci appartengono e alle quali noi apparteniamo» spiega così il suo rapporto «totale» con i miti, un tenersi per mano che per lui inizia nell’infanzia. Continelli attinge con maestria dalla cosmogonia narrativa che non smette di interrogare anche i nostri giorni, e il modo in cui li sperperiamo. «I miti ci riguardano, sono cose che non avvennero mai ma che sono sempre».

Così, venerdì, a Parona, a questo pubblico con l’anima pronta ad ascoltare, ha raccontato a voce, come si faceva una volta, aprendo e chiudendo parentesi, con un affascinante gioco di digressioni, del Simposio platonico, di quel tema immortale e inaffrontabile («per uscire dal recinto in cui abbiamo rinchiuso l’eros»). Si arriva con il fiato sospeso alla domanda retorica di Aristofane che chiede a tutti gli astanti perché noi umani non cerchiamo altro, nella vita, che «di finire nelle braccia degli altri». Semplice: siamo tutti eredi dello stigma di una separazione che si perde nei tempi lontani. Avevamo quattro braccia e quattro gambe, due volti, la maggior parte aveva organi sessuali diversi, tanti altri li avevano uguali. Per eccesso di tracotanza, gli dei ci spezzaro in due («l’ombelico è una ferita così antica») e il nostro vivere da quel momento è stato solo un eterno cercarci.