L’Imam di Verona: «Dobbiamo (ri)partire dall’etica»

Abbiamo incontrato l’Imam Mohamed Abdeslem Guerfi, portavoce del Consiglio islamico di Verona, per un’intervista con cui abbiamo cercato di capire come è cresciuta l’integrazione (o interazione?) islamica nella città dell’amore.

Nel 2005 i musulmani a Verona erano oltre 20 mila, oggi la comunità si sarà ingrandita suppongo. Ci sono differenze tra i fedeli marocchini e di altre nazionalità all’interno della comunità veronese? Ci sono mai stati contrasti tra comunità islamica e residenti, istituzioni?

Oggi siamo 35 mila musulmani tra Verona e provincia, con 25 nazionalità rappresentate dal Consiglio islamico di Verona. L’interazione quindi tra le diverse comunità è molto sentita. Sul rapporto con gli autoctoni possiamo dire che non c’è mai stato attrito, da anni collaboriamo con associazioni di volontariato, con il Comune di Verona, con la Prefettura. Siamo membri del Consiglio territoriale per l’immigrazione che ogni sei mesi si incontra con il Prefetto per parlare di progetti di integrazione.

In una intervista del 2005 disse: «Abbiamo sempre lavorato per la conoscenza e l’integrazione». Alla manifestazione PassaPorti dello scorso marzo lo ha ribadito «non integrazione ma convivenza basata sulla conoscenza». Può spiegare cosa intende per conoscenza, convivenza e integrazione?

Alla parola integrazione dobbiamo togliere la lettera G (ride, ndr). La conoscenza è lo strumento che ci dà il passo in più per interagire con la città e con gli abitanti mantenendo la nostra identità. Attraverso la conoscenza e il rispetto delle identità di tutti si può creare una società in cui c’è spazio per ciascuno.

Quando si parla di sharia, che cosa si intende esattamente? Ho cercato di trovare indicazioni in rete ma sembra che il termine abbia moltissime accezioni.

(ride, ndr) Potremmo parlare per mesi. Sharia vuol dire legge. La nostra “sharia” è la Costituzione italiana, noi non ci poniamo al di fuori della legge italiana, perché siamo cittadini italiani di fede islamica.

Ramadan, di cosa si tratta?

Ramadan è semplicemente il nome di un mese dell’anno, che cambia perché si basa sul calendario lunare che cade in anticipo di 10 giorni rispetto a quello solare. Per il 2019 il mese del Ramadan inizia in maggio e finisce in giugno. Durante il giorno i fedeli osservano un comportamento di devozione, con la preghiera e il digiuno. Ma alla sera si torna alla quotidianità.

Il tema del numero 100 della nostra rivista è la speranza. Cosa rappresenta per lei? Che cosa spera?

La fede è un fatto privato, ma è indispensabile tradurla nel concreto di ogni giorno, questo è davvero essere vicino alle creature di Dio. In tutto il Corano, dove si cita la fede subito dopo si cita anche il comportamento, perché attraverso di esso la fede si traduce nella speranza. Tutti parliamo di pace ma non facciamo nulla contro la guerra. Parliamo di bene comune ma siamo egoisti. Parliamo di fame nel mondo, ma non facciamo nulla contro le diseguaglianze. Questa ipocrisia, questa incoerenza tra dire e fare, deve portare ad un risveglio della speranza. Io vedo la speranza ogni giorno quando vedo tradurre nella pratica quello che ciascuno di noi ha dentro.

Ha detto che pregare è agire. Ma anche i terroristi dicono di agire nel nome di Allah. Se il comportamento è il modo di pregare, anche un terrorista potrebbe dire di essere nel nome di Dio.

Dobbiamo partire dall’etica. Uccidere è sempre un male anche se lo faccio nel nome di Dio. Io giudico il singolo, non la religione o la comunità. Potrei dire “Tutti gli italiani sono mafiosi” ma è sbagliato cercare di mostrare come normali cose che non lo sono. Se stai commettendo un omicidio, non puoi dire che sia Dio a comandarti di farlo. Si può donare la vita in nome di Dio, ma la fede non può e non deve essere strumentalizzata.