Quegli uomini che non videro l’inizio della pace

Il professore Angelo Andreis ha censito i monumenti dei caduti della Lessinia. Un lavoro meticoloso che ha trovato approdo nel libro Soldati al fronte. I caduti della Lessinia nella Grande Guerra 1915-1918 e che ha permesso a molte famiglie di ritrovare traccia dei propri cari.

Sappiamo tutti quanti morti portò la prima grande guerra della storia dell’uomo. È sufficiente dire milioni. Ne basterebbero anche meno per sconvolgere menti e cuori. In ogni caso è importante comprendere che «la guerra fece a pezzi le famiglie, provocando un flusso ininterrotto di separazioni e perdite che nulla poté fermare». Una intera società fu in lutto. Madri che hanno perso figli, mogli che hanno perso mariti, fratelli che hanno perso fratelli, e poi i cugini, i parenti, infine gli amici. Anche quelli conosciuti sul fronte, in situazioni indicibili di sofferenza, che hanno condiviso insieme gli ultimi barlumi di vita. Lutto diffuso, dunque. “Comunità in lutto”. Ma per quale motivo poi? Perché mio figlio, mio marito, mio fratello, è stato ucciso? Perché la guerra? Sarò in grado di accettarla? Riuscirò a superare il dolore? «La capacità di superare il trauma fu un privilegio non un’esperienza diffusa», sottolineano gli storici. Ma superare il lutto costringe a ricordare. Ricordare quei terribili 1500 giorni di angoscia. Altrimenti, si sperimenta l’oblio.

La copertina del libro

«C’era al tempo la necessità di giustificare la guerra e la morte con la costruzione di una memoria, che fosse vera o meno». Lo sforzo di commemorare i caduti andò oltre i convenzionali slogan di ispirazione patriottica. La ricerca di un “senso” per quella carneficina passava anche dalla “morte per la patria”, ma andava oltre. Per questo motivo il lutto non fu una questione affrontata dal potere.  Questo è ciò che accadde anche nella nostra Lessinia, e lo ha messo ben in luce il prof. Andreis nella sua ultima opera Soldati al fronte. I caduti della Lessinia nella Grande Guerra 1915-1918. «Spesso la richiesta, la necessità di erigere il monumento, non venne dall’alto, ma dalla comunità». Si costituivano dei Comitati dedicati alla realizzazione dell’opera, alla quale l’amministrazione partecipava finanziariamente come rappresentante dei cittadini. «Le iniziative statali furono rivolte piuttosto alle celebrazioni del Milite Ignoto, all’istituzione dei Parchi della Rimembranza, e al conferimento di decorazioni militari», puntualizza il professore. Quindi anche la Lessinia partecipò alla «corsa al monumento», come la definiscono gli storici, e «con affetto in segno di gratitudine verso dei compaesani immolatisi sui campi di battaglia», sottolinea Andreis. «Per innalzare i monumenti si scelsero come siti dei luoghi centrali, ben visibili, spesso la piazza principale, non solo per esaltare la eroica azione dei soldati morti, ma anche perché il manufatto fosse di monito alle nuove generazioni e agli stessi rappresentanti politici», che portasse alla inibizione di ogni decisione di belligeranza.

1.053 furono i caduti originari dei paesi e delle frazioni della Lessinia, tra morti in combattimento, per malattia, dispersi e morti in prigionia. Di questi Andreis ha ricercato il profilo nei ruoli matricolari, ma non sempre ha trovato notizie.  In alcuni casi, infatti, come per esempio a S. Bortolo delle Montagne o a S. Giovanni Ilarione, è arrivato a rintracciare i nomi negli archivi di Vicenza, perché nell’elencare i nomi sul monumento si era seguito il criterio della parrocchia e non quello del comune. Le ricerche sono state rese ancora più complicate dal fatto che in alcuni monumenti erano riportati nomi popolani, diversi quindi da quelli registrati in anagrafe. «Pensiamo per esempio ad Attiglio, che sul monumento è scritto Tiglio». Poi si possono citare i casi di omonimie, doppi nomi, stesse date di nascita, ruoli matricolari sbagliati. E, non da ultimo, è da sottolineare il fatto che potevano anche essere omessi i nomi dei disertori, soprattutto quando il monumento fu eretto in epoca fascista.

Grazie al lavoro meticoloso del professor Andreis, che nel libro ha riportato la descrizione del monumento, la storia, l’elenco dei caduti e alcune tabelle, oggi molte famiglie hanno ritrovato traccia dei loro cari, soprattutto i cittadini di Vestenanova e di S. Giovanni Ilarione, i cui archivi comunali erano andati persi a causa dell’incendio del municipio.

Lo spaccato che ne risulta è di un territorio che è stato coinvolto a tutti gli effetti nella guerra. Risparmiata dai combattimenti, la Lessinia ha avuto un ruolo fondamentale soprattutto agli inizi dell’entrata in guerra dell’Italia. Il 24 maggio del 1915, infatti, i soldati italiani erano già stanziati lungo il confine, pronti a invadere il Trentino. Nei mesi successivi furono realizzate strade carrozzabili e mulattiere, postazioni, trincee, acquedotti. Furono dislocati 500 ufficiali e 23.500 soldati di truppa. Furono mobilitati i giovani delle classi dal 1874 al 1900. E dopo la disfatta di Caporetto furono chiamati i cosiddetti “ragazzi del ‘99”, che portarono poi alla vittoria italiana. Una vittoria che quest’anno celebrata nel suo centenario. Ma, come puntualizza il professor Andreis, «più che la fine della guerra, con il 4 novembre è da ricordare l’inizio della pace».

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.