Andiamo in bar diversi ma abbiamo tutti sete di qualcosa

Un albero fatto di resti di bevute che con la luna sembra un incanto, la mattina torna quello che è: un intreccio di rami stilizzati che accolgono lattine di piaceri notturni. È una delle immagini più liriche che  Roberto Marri ha sparpagliato tra le sue righe. L’insegnante e scrittore veronese, amico, tra gli altri, del figlio di Salvatore Quasimodo, a febbraio farà uscire una raccolta di poesie. Ma alcuni dei suoi versi migliori,  forse, li ha già scritti nelle pagine del romanzo Sete.

di Miryam Scandola

In pochi sanno che il Cratere è una costellazione, persa nei cieli, così luminosa da essere difficilmente visibile. È una metafora che si applica bene a Rico, Sanchez e a tutti gli individui spezzati in più punti dalla vita che sono la scenografia di un bar di periferia e insieme i protagonisti di Sete (Prospero editore, 2017). Hanno una luce segreta loro e pure  le gesta «da bar» che compiono ogni giorno. Anche le imprese più scalcagnate possono essere bagnate dall’etica come insegna la prosa quotidiana che si scrive con i gomiti piantati sul bancone e la birra ad interrompere le parole. Un po’ palcoscenico, un po’ casa, il luogo dove tutto si snoda è l’Havana bar in un quartiere «che potrebbe essere un qualunque quartiere di una qualunque periferia». Roberto Marri si tiene però lontano dalla retorica della marginalità perché riesce a dipingere personaggi apparentemente inerti, senza paternalistiche didascalie. Loro, che si attaccano al bicchiere già dall’ora di colazione, sono in realtà gli ultimi araldi della rivoluzione che inneggia alla cicala e, neppure per distrazione, guarda alla formica. All’autore interessa, infatti, «l’esclusione come posizione scelta» anche quando è afferrata e non del tutto capita. L’inattività, insomma, come «forma di reazione ad una società suddita dell’efficienza». Rico, il protagonista di questo romanzo, ha tre punti fissi e sono nell’ordine: la birra, le partite al campetto della parrocchia e la melodia che produce sfregando le foglie di gelso.  Ha una sete terribile, peggiorata dal fatto che non riesce a darle un indirizzo, o uno sfogo meno effimero di una lattina di birra. È un personaggio, quello che disegna Marri, ma è anche una persona, sulla quale abbiamo tutti, presto o tardi, depositato un giudizio. «Un perdigiorno ubriaco», un fuoriposto eterno che «ogni tanto con gli amici di bevute ha quella trovata poetica che pare salvarlo per un attimo». Perché poi ci sono anche loro, i compagni delle picaresche missioni uniti dal sigillo d’appartenenza più radicale: «Andiamo allo stesso bar». Non manca nessuno in questa tassonomia da locale di periferia. Qualche «figura» lo scrittore l’ha rubata al suo passato di giovane cresciuto nella zona delle Golosine. Come Pinguino, «quasi primitivo nelle sue necessità», che tenta di scroccare la birra a chiunque e che in tasca tiene da conto solo i dieci euro per pagare la messa, ogni anno, in suffragio del fratello morto. Oppure Angelo, che nel libro è un restauratore ridotto al bicchiere dalla nostalgia dell’arte perduta, mentre nei ricordi di Roberto Marri è un signore che «ci sventolava in faccia la sua carta d’identità con sopra scritto “decoratore”». Indubbiamente sublimati, sono loro i nomi di un’epica stracciata che pure risponde ad una precisa «mitologia di quartiere». Quella narrazione collettiva che, più di altre, riesce a durare.

Lei, da insegnante di lettere, avrà preso i suoi personaggi anche nella fucina di altri scrittori…

Nel libro c’è tanta letteratura degli emarginati, quei personaggi che vivono, appunto, al margine per mille motivi da Melville, a Steinbeck passando per Calvino, Svevo e Pirandello. Ma il debito principale è con Kurt Marti, e con una sua poesia bellissima. «In un mondo che si scardina per troppa efficienza» un uomo sceglie di godersi i giorni buoni, prima che arrivi l’ultimo.

Va bene la birra e il calcetto che si accordano allo stereotipo, ma perché Rico suona le foglie di gelso?

È un gesto che mi è sempre piaciuto, devo averlo  provato, una volta. Una deroga alla poesia, forse.   Rico suona anche una chitarra senza due corde per un motivo non tanto diverso; in fondo, è  poetico tutto quello che è mancante di qualcosa.

«Ho spesso sete . Mi piace la sete. A volte ho sete di acqua, soprattutto dopo una partita. Una volta che avevo parlato col prete avevo pensato di aver sete di altre cose, ma non so di cosa. Sono discorsi troppo difficili, come quello degli angeli e allora la sete di birra va sempre bene». È Rico a dirlo a Irene, la donna troppo diversa che vorrebbe amare.

L’etimologia latina del termine rimanda al significato di desiderio. Alla parola sete si attribuisce, infatti, da sempre una valenza metaforica profonda. Non rappresenta mai il desiderio di cose banali.  Non si ha sete di una chiacchierata: si ha sete di giustizia, di libertà, di infinito. Rico non arriva mai a capire cosa cerca anche se ne sfiora i contorni. Una volta con il prete, fino a quel momento ridotto a mero strumento di fornitura dell’impianto sportivo, poi con Angelo, il restauratore fallito che gli parla delle volte celesti che dipingeva. Alla fine arriva anche Irene, ma lei è così diversa, da sembrare di un altro mondo. Lui e i suoi amici non hanno la possibilità di dare nomi alla cose.  Come diceva qualcuno, la lingua è madre e placenta di pensieri. E la marginalità sta anche in questo, nel non saper dare parole al proprio desiderio.

Lei è anche un poeta. Alcuni suoi versi sono stati pubblicati anche da Gradiva, un’importante rivista culturale, a febbraio, poi, uscirà la sua raccolta. Qual è il tema che visita più spesso con la sua poesia?

La misura della distanza è uno dei temi principali che si ritrova in Sete come in molti miei versi. Indago la lontananza come condizione costante, anche se a volte la distanza si annulla e allora  le primavere promesse diventano primavere.

Come nella copertina del suo libro Sete…

La foto che è in copertina  è un’opera di Paolo Parma (Tales of waste and imagination, 2015). L’ho scelta perché  restituisce l’idea di emarginazione. Bottiglie rotte e pezzi di plastica che sembrano convertirsi in fiori. Ad una presentazione del libro una signora è intervenuta e  ha detto che le ricorda Fabrizio de André quando cantava «dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori».

IL LIBRO, COME E DOVE

Sete si può acquistare da Jolly e Librè oltre che online su IBS, Amazon e sul sito della casa editrice.