Il latte che scade in frigo come le nostre attese

Bisogna berlo prima, trasformarlo in purè, usarlo. E così, sul filo di metafora, bisognerebbe comportarsi con le promesse che facciamo e che ci hanno fatto. Togliere la pellicola trasparente e consumarle, prima che si infrangano e anche dopo, quando, forse, verranno mantenute in modo diverso. Come si cura la distanza? Cosa diventiamo quando smettiamo di attendere? Pone domande grandi ed eterne Roberto Marri in questa preziosa raccolta di poesie che ha un titolo rifinito dalla speranza:  Primavere Promesse. Dentro ci sono bottiglie di latte, campetti da calcio e passeggiate con Virgilio sul precipizio del Purgatorio.

SI IMMAGINA LA SUA PASSEGGIATA NEL RIMPIANTO, dopo aver lasciato Dante alle pendici del Paradiso. Nel cuore del cantore  latino c’è il segreto desiderio che arrivi un’altra anima a chiedergli di essere il suo cicerone.  Un’attesa impossibile ma che, allo stesso tempo, guai a zittire perché « c’è l’inferno quando manca un’attesa». Lo dice quasi subito Roberto Marri, mettendo questa poesia tra le prime della raccolta. Qualche pagina più avanti c’è anche Lucrezio e il controcanto delicato che ci ricama attorno il poeta veronese con quegli «atomi che vagano nel vuoto finché una cosa nasce». Anche loro lì, in attesa, ad aspettare di compiersi nei frammenti della materia. Tra le 34 liriche che compongono la sua opera appena pubblicata (Primavere Promesse, 2018, Prospero Editore) ad un certo punto appare anche Rilke, autore amatissimo da Marri, che, non a caso, viene pure invitato, nei confini dei versi, a bere un bicchiere di rosso, durante una sera inventata forse più dalla speranza che dalla fantasia. Il tema che pervade la scrittura dell’autore, con tracce chiare anche nel suo romanzo d’esordio Sete (2017, Prospero Editore, ve ne abbiamo parlato su Pantheon 85) è quello della distanza e delle sue dure, a volte bellissime, declinazioni. In fondo, lo sappiamo, poco come l’attesa «di un canto che dovrà fiorire» spinge a sgretolarsi in versi e in frasi.

 

SCRITTORE, POETA, PROFESSORE DI LETTERE. E poi poeta, professore  e scrittore. Non si ferma ad un ruolo Roberto Marri ma li tiene cuciti tutti addosso. La prova che il miscuglio di mestieri funziona è il corteo di ex studenti fedeli che accorrono alle sue presentazioni, dopo l’appuntamento milanese a Tempo di Libri, anche a Verona in Feltrinelli, lo scorso 23 marzo, erano in tantissimi. Ressa di ragazzi, donne e uomini: tutti rapiti dalla sua poesia, mai atteggiata, sempre frutto di minute o vertiginose intuizioni. Non serve indugiare sulla metrica, sugli  enjambement o sulle anafore perché c’è un bell’inventario nella prefazione al libro firmata da Alessandro Quasimodo, figlio del poeta Salvatore e amico di Roberto.  Sparpagliate negli anni, queste 34 liriche (due quelle che, in passato, la rivista internazionale Gradiva ha pubblicato tra le sue pagine, ndr) dicono qualcosa di preciso a tutti noi, tra citazioni letterarie e quotidiane, tra l’epica violenta di Ulisse e la zanzara ordinaria che non dà tregua ai nostri corpi estivi. Per esempio: non serve venire alle mani con il mondo. Basta, si fa per dire, metterlo in parole, passeggiando tra le sue distanze e sfiorandolo, qualche volta, quel sublime impreciso che ci manca sempre. Così, raddrizzando l’aspettativa, possiamo vedere le nostre promesse compiersi anche nella «danza rara» di una semplice partita di calcio. Certo: «c’è sempre qualcosa di noi che ci sfugge» e non possiamo evitare di precipitare nella solitudine. Ma la parola, a volte e in certi casi, accudisce le attese, un millimetro per volta, perché non le nasconde. Visto, come dice Marri che siamo sempre in tre, anche quando siamo in due. Perché  «siamo io, te e la cura della nostra distanza».

 

 

 

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