Irene Ghiotto, da Sanremo a Verona

La cantautrice originaria di Vicenza, dopo i felici  trascorsi sanremesi, un anno fa ha partorito il suo primo album con un titolo che è un mezzo programma “Pop simpatico con venature tragiche”. Sabato 25 novembre suonerà all’Opificio dei Sensi.

 

Sabato 25 novembre suonerai all’Opificio dei Sensi. Cosa ti aspetti e cosa pensi di proporre durante il live?

Sabato, all’Opificio dei Sensi, suonerò per la prima volta completamente in acustico (piano, chitarra, voce). L’ultima parte del mio tour si è sviluppata tutta su un percorso di reprise, in solo, degli arrangiamenti del disco, che sono tutti costruiti su una fitta trama di incastri vocali ritmici e melodici. Un muro di cori e uno scheletro di schiocchi, soffi, battiti. Quindi, la serata di sabato sarà un’occasione rara e unica, per ascoltare come i brani sono nati, come può essere articolare la scrittura, senza la veste dell’arrangiamento.

Come sono andate le ultime date che hai fatto e dove sono state?

L’ultima parte del tour è stata in solitaria. Mentre per le primi quindici date sono stata accompagnata da un set tutto al femminile (tre coriste e una violoncellista), il secondo gruppo di concerti si è svolto tutto in solo. Questo mi ha permesso di viaggiare di più e più lontano, toccando anche la Sicilia, facendo tappa in locali più piccoli, dove però l’attenzione e il silenzio regalati all’esibizione sono stati impagabili, così come la vicinanza e il contatto con il pubblico.

Come ricordi la tua esperienza sanremese?

Di Sanremo ricordo un gran carnevale, tutti perennemente di corsa, un gran caos, la fatica di stare al passo, l’emozione di un traguardo, che in realtà è un fischio d’inizio. Un’esperienza che sarebbe ingiusto minimizzare, ho dei ricordi bellissimi che mi riportano a quel palcoscenico. Ne sono uscita ammaccata ma certamente più forte, più consapevole.

Come vedi la scena musicale italiana attuale e chi puoi segnalarci tra gli ascolti che più ti piacciono?

La scena musicale italiana oggi mi sembra quanto mai spaccata di due percorsi (che rischiano di diventare dei binari così precostituiti da segnare una destinazione senza possibilità di ribellione): il primo è senza dubbio il mainstream con i dischi usa e getta e i vocalist da schermo televisivo, entro cui inserisco anche tutte le vecchie glorie del passato, progetti nati prima dell’avvento dello streaming, che pure stentano a sopravvivere. Il secondo è la scena indie, che lavora come una formica che raspa e crea una voragine, con il proprio circuito di concerti, management, divulgazione e promozione, che, non senza meriti, sta racimolando spazio all’interno del mainstream, con (però) non trascurabili conseguenze, a mio avviso a volte spiacevoli, rispetto alla forza compositiva e all’identità progettuale. Ciò che ascolto mediamente mi pare manchi di originalità e di amore e abnegazione, come se lo scopo ultimo fosse arrivare in un luogo e non, invece, esserci arrivati rischiando. Io sono un outsider di entrambi i percorsi. Sono fuori contesto e per questo io medesima rivolgo i miei ascolto e i miei gusti verso la musica straniera. Ho però seguito il percorso genuino e ruspante dei Fast Animals and Slow Kidz. Apprezzo Niccolò Carnesi, Colapesce, Iosonouncane e Maria Antonietta.