La forza dei boschi e la lezione delle betulle
Il coraggio, a volte, non sta solo nel saper superare le difficoltà, bensì nel saperle accettare, in attesa che il dolore e la fatica ci plasmino e ci comunichino il senso della nostra sofferenza: crescere.
Di Michela Canteri
Se ci poniamo in questa ottica, le ferite ci mettono profondamente in contatto con la vita, perché ci obbligano a fermarci, a riflettere, ad addentrarci nei misteri dell’esistenza, nei suoi antri più oscuri, per uscirne forse più forti, più consapevoli, persino molto migliori e, a volte, bellissimi. Ci parla di questo lo scrittore norvegese Lars Mytting nel suo ultimo libro, Sedici alberi. Autore del bestseller Norwegian Wood, che ha spopolato nel 2016, l’autore scandinavo ritorna a parlare di legno con un romanzo che racconta la storia di una famiglia e, sullo sfondo, le lacerazioni operate in Europa dalle due guerre mondiali.
Un giorno Edvar, il giovane orfano che cerca di ricostruire il rapporto tra il nonno e lo zio Einar, si trova ad interrogarsi sul perché del dolore nel mezzo di un bosco di betulle con i tronchi torturati da cerchi di ferro. Edvar è spaventato: il nonno gli aveva ordinato di stare lontano dal betulleto perché i ferri, stretti da viti e bulloni, potevano staccarsi e conficcarglisi nella carne come proiettili. Ma egli non ha resistito, e così è riuscito a vedere da vicino l’opera dello zio Einar, che era stato un bravo ebanista. Il giorno dopo Edvar scopre a scuola che i cosiddetti “cerchi della crescita” avvolti ai tronchi di betulla, producono un legno pregiatissimo, fatto di linee che lo decorano meravigliosamente. Insomma, gli alberi più belli sono quelli che hanno sofferto e combattuto molto, e sono le loro ferite a renderli tali.
Insomma, ci vuole certamente coraggio ad accettare le proprie cicatrici, ma a volte saperle accarezzare significa riconoscere loro il merito di ciò che siamo oggi, ossia il risultato di un percorso che si chiama vita.
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