Due parole con l’ingegnere scrittore

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Sono thriller intricati e avvincenti quelli di Stefano Visonà, veronese trapiantato a Lonigo. Il suo primo libro “Non ti svegliare” è stato un successo. Fra i segnalati al XXIII Premio Calvino, ha fatto da apripista alla sua carriera di scrittore-ingegnere.

Ha una scrittura ricca e precisa, alla Grisham (anche se lui si ispira a Michael Connelly), con la quale indaga la realtà del nostro Paese, in particolare del Veneto. Se, nel primo romanzo, è il mondo prettamente legale a dare sfondo alle vicende, nel secondo, “Dove io mai”, c’è un’anima più attenta alle dinamiche familiari, agli affetti e al dolore. In ogni caso la suspense è garantita.

  

Chi è Stefano Visonà? 

 

Sono un ingegnere ma ho fatto il classico e in famiglia ci sono solo laureati in legge e avvocati. Sono un po’ la pecora nera di casa. Forse scrivere libri gialli è una forma di riscatto nei confronti di mio padre. Ho volutamente scelto come protagonista, infatti, un avvocato penalista della provincia, perché di poliziotti nei libri ormai ce ne sono troppi (sorride, ndr).

 

Come nasce la voglia di scrivere? 

 

A quarant’anni decido di partecipare ad un concorso, così, quasi per caso. Con Freddo, il mio primo racconto, vinco. È da lì che è iniziata questa avventura. Devo ammettere che custodisco una grande passione per la scrittura fin da quando ero giovanissimo.

 

I suoi protagonisti riflettono in qualche modo persone che conosce? 

 

Sono tutte persone che ho incontrato tra Verona, Vicenza e Padova. È il vissuto della mia realtà, raccontata però attraverso un thriller. Direi che la parte caratteriale dei personaggi riflette me stesso. Il protagonista, Rubens Gatto, è quello che io non sono mai diventato.

 

Quando scrive?

Alla sera, di notte, in vacanza. Dormo poche ore, così se mi sveglio, inizio a scrivere.

 

C’è un posto preferito dove scrive? 

Scrivo a letto con il laptop il più delle volte. Mia moglie si è ormai abituata al ticchettio della tastiera (sorride, ndr).