Decime e ricatti nei nuovo libro di Stefano Valdegamberi
Un tormento durato secoli è stato raccontato con perizia e sensibilità da Stefano Valdegamberi, che ha creato un piccolo capolavoro sulla questione delle decime, il tributo annuale che ogni lavoratore doveva a un padrone, laico o religioso che fosse, per la terra che lavorava e non gli apparteneva. «De decimis novalibus» (Sulle decime delle terre novali) riprende con il latino dei documenti la diatriba che ha visto opporsi generazioni di “pitochi teutonici” ai monaci benedettini del monastero di Badia Calavena ed è il titolo del libro che il consigliere regionale, appassionato di ricerca storica del proprio territorio, ha dato alle stampe con le Edizioni 03, 186 pagine, 15,80 euro, disponibile in libreria e nelle cartolerie della Val d’Illasi, e che sarà presentato questa sera alle 20.30 a Badia Calavena sotto il salone della scuola dell’infanzia e venerdì 30, alla stessa ora, a Selva di Progno, nel Centro ambientale annesso al municipio.
La questione delle decime si pone con due eventi importanti che hanno segnato la storia dell’Occidente: la peste nera del 1348 e quella bubbonica del 1630 che portarono a una drastica riduzione della popolazione e a una conseguente fase espansiva demografica dei sopravvissuti. I quali, alla ricerca di nuove terre, si dedicarono alacremente al disboscamento per recuperare pascoli e arativi.
Le decime pretese da sempre dalle istituzioni religiose proprietarie di quei terreni, erano solo per la parte già dissodata anticamente, non per gli incolti o i boschi, ma quando queste parti diventavano produttive, grazie al duro lavoro degli affittuari, l’ingordigia del monastero si allargava anche alle nuove terre recuperate (novali). Di qui il netto rifiuto dei lavoratori di sottomettersi a una gabella ritenuta ingiusta, perché non prevista dai contratti sottoscritti.
Nasce così il contrasto fra i cimbri e i monaci, ai quali non negavano il diritto delle decime sui terreni già dissodati, ma si rifiutavano di farlo con quelli che loro stessi avevano dissodato dopo la sottoscrizione del contratto.
Per svincolarsi da questo impegno se ne inventarono di tutti i colori, producendo documenti falsi e passando anche alle vie di fatto meno eleganti, come un’imboscata ai monaci e agli ufficiali della riscossione.
Non è che sull’altra sponda si fosse meno violenti. In tempo di Quaresima i monaci invitarono a predicare un francescano che per tutto il tempo non fece altro che esortare a pagare le decime sui novali e minacciava che chi non lo avesse fatto «sarebbe stato scomunicato e in fin di vita non sarebbe stato assolto, ma sepolto fuori del sagrato». Per rincarare la dose i monaci invitarono lo stesso frate altre due o tre volte, anche fuori dalla Quaresima, e sempre per toccare il solito tasto durante le omelie. Il cronista riporta che inizialmente i montanari fecero spallucce, ma un po’ alla volta, intimoriti dalla scomunica, cedettero. Il contratto, che riguardava alcuni terreni nel Comune di Tregnago, fu comunque annullato dalla Serenissima 34 anni dopo perché riconobbe essere stato estorto con la violenza e il ricatto.
Ma per la maggior parte della povera gente la controversia sulle decime novali non sortì esito favorevole. Tante di quelle terre, per le quali si combatterono aspre battaglie processuali, sono oggi disabitate, con il bosco che si è ripreso lo spazio che gli era stato sottratto, mentre «de decimis novalibus» non c’è più nemmeno il ricordo.
Laura Schram Pighi, docente di letteratura italiana all’Università di Utrecht fino al 1990, che ha scritto la prefazione al libro, parla di «storia vera e dobbiamo essere grati a chi oggi ce la racconta per farci assaggiare il gusto della verità, quella che Valdegamberi ha avuto il coraggio di cercare prima che scomparisse del tutto».
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