Venezia 76, 105mila ingressi in sala

+11% rispetto al 2018, +22% rispetto a due anni fa, accreditati stampa stabili, universitari triplicati nell'ultimo triennio: la Mostra del cinema di Venezia è in ottima salute, i numeri ufficiali di metà festival, sintetizzati dal presidente della Biennale Paolo Baratta lo dimostrano, con sempre più appeal per i giovani.

I film della selezione, magari ancora in cerca di un capolavoro o di una sorpresa (la bellezza di Joker era anticipata), sono regolarmente applauditi, il red carpet almeno per la prima settimana rimanda direttamente al Dolby Theatre della notte degli Oscar. Unico neo: l’apertura rovinata dalle dichiarazioni della presidente di giuria, la regista femminista argentina Lucrecia Martel, a proposito della partecipazione di J’Accuse di Roman Polanski. Alberto Barbera, direttore di Venezia 76 (e anche, per il mandato triennale ricevuto, di Venezia 77) ammette: il caso Martel “non l’ho vissuto bene” e spiega come la stessa regista abbia chiesto dopo 15 minuti dalle dichiarazioni di precisare, assicurando che “giudicherà senza pregiudizi” il film, in gara per il Leone d’oro. “Ero preoccupato di non reggere il livello dell’edizione precedente, da tutti giudicata la migliore del decennio, ora molto meno”, dice all’ANSA Barbera che punta ad archiviare un altro successo per un festival che se la sta giocando (e vincendo) con l’ultima edizione di Cannes.

Ma al di là della selezione, che è basata su quel che è disponibile ed è frutto di compromessi (“avrei voluto Woody Allen ma la distribuzione italiana ha preferito non mostrarlo, mentre Scorsese è lì che cura i complicati effetti speciali di The Irishman” e ha preferito il festival di New York per avere qualche giorno in più), è intercettare il cinema a 360 gradi l’obiettivo più importante. A cominciare dai contenuti delle piattaforme: un anno fa il caso di Roma di Cuaron e Sulla mia pelle di Alessio Cremonini, entrambi Netflix, erano stati al centro di controversi dibattiti e feroci polemiche, anche a distanza con la Croisette. Quest’anno sono Netflix tre dei film più belli (The Laundromat di Soderbergh, Marriage Story di Baumbach e The Kind di Michod), ma non è più una notizia. “In un anno, massimo due tutto questo ci sembrerà archeologia del cinema, in 5-6 mesi altri grandi player avranno le loro piattaforme, come Apple, Disney+, Warner, Xfinity di Comcast e il panorama si allargherà ulteriormente con miliardi di dollari investiti e questo significa contenuti al centro e crescita di opportunità. Già oggi senza i soldi delle piattaforme alcuni registi non lavorerebbero, è chiaro che il futuro è quello, di cosa stiamo discutendo? Del passato! E la concorrenza semmai si sposterà lì, così come le opportunità per i talenti”, sottolinea Barbera che di questa apertura rivendica la lungimiranza. Che poi in un prossimo futuro potrebbe capovolgersi ancora spostando sulle piattaforme il monopolio degli studios: 7-8 grandi gruppi produrranno il 90% dei contenuti, “quindi semmai bisognerà preoccuparsi della perdita di indipendenza e diversità”.

Del resto portare film delle piattaforme più o meno direttamente significa anche intercettare la curiosità e l’interesse dei giovani e dunque rendere di fatto vivo un festival che altrimenti rischierebbe di essere un circolo per cinefili d’antan, mentre oggi Venezia 76 è un complesso sistema che accoglie cinema sperimentale, radicale e cinema d’autore che dialoga con il grande pubblico. “Questo non significa – ribadisce Barbera – che la sala non ha più senso, anzi io ritengo che proprio qui, con i grandi schermi del Palazzo del cinema, i giovani abbiano la scoperta della sala come fantastica esperienza di visione e di socializzazione. Fare scoprire questo, portarli al cinema ha una funzione pedagogica, perché vorranno ripetere ancora l’esperienza”. Sull’altro tema forte, quello della scarsa rappresentatività delle donne (due sole registe in gara per il Leone d’oro, ad esempio), approfondito ieri dal primo seminario sulla Gender Equality, Barbera – che pure è stato criticato, specialmente in America – non arretra di un passo: “Per me conta qualità e non genere” e quindi se alla selezione arrivano pochi film diretti da donne non finiscono dritti al concorso solo per quello.
Diciamo che il suo sogno è “vedere film alla cieca, senza sapere chi li ha fatti”. E’ ad oggi il direttore più longevo alla Mostra del cinema, undici anni (Baratta invece conclude a gennaio il mandato), sarà riconfermato? “Si vive alla giornata”. E non è il solo.

(ANSA)