Corona: «Sì, sono un vanitoso»

TURIN, ITALY - MAY 11: Mauro Corona attends "Come sasso nella corrente" book presentation during the 2012 International Book Fair of Torino (Salone Internazionale del Libro di Torino) on May 11, 2012 in Turin, Italy. (Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)

Forse ha visto troppe aurore. O, forse, gli hanno fatto troppe domande. Mauro Corona aveva smesso con la bottiglia, ora ha ripreso. Ormai «sono un alcolista nemmeno più anonimo».

di Miryam Scandola

I suoi amori nascono all’aperto, «se gli occhi di una donna brillano quando vede un bosco, allora la posso portare tra le mie lenzuola». Togliere – poco importa cosa – è il suo imperativo. Un mantra un tantino usurato che gli rimprovera, caricatura dopo caricatura, pure Maurizio Crozza. «Ma lui mi vuole bene ». Nel bicchiere birra o vino «non datemi il prosecco è roba da prima comunione, acqua minerale un po’ deviata». Appare stanca la sua cantilena di provocazioni. Le rispolvera quasi identiche a quelle che ripete in tv. Le dice e poi aspetta, guarda famelico la reazione di un pubblico, piccolo o grande che sia. Stessa bandana, stesso sguardo, stesse battute che l’hanno fatto diventare l’icona della ruvidezza, con il suo perpetuo consenso. Mauro Corona ai tempi de Le voci del bosco diceva che avrebbe voluto essere un maggiociondolo, l’elegante albero che vale cento faggi, capace di conservare la dignità anche nell’invecchiare, il solo che «non ha bisogno di affetti né li vuole». Ma, per sua stessa ammissione, gli è toccata una vita diversa, quella del carpino «il duro dei duri», la pianta più torturata dell’intero bosco, che nasconde nelle ferite del legno «un dolore antico e impenetrabile».

Ha aperto 300 vie di scalata, allestito mostre per la sua scultura, riempito le librerie con una scrittura stampata e ristampata in milioni di copie. Ha soddisfatto persino la nostra fame di grottesco con le sue dichiarazioni estreme che tengono dentro le pratiche di un’igiene creativa, traducibile a malapena in una doccia al mese e quella sua personalissima santificazione del tradimento coniugale. «Ci si capì con uno sguardo» dice dell’incontro con la moglie, citata nei discorsi solo per negarla, donna tradita nelle frasi – nella vita chissà – qualche migliaio di volte. «La fedeltà ve la regalo» ripete il Corona personaggio ad ogni piè -e discorso – sospinto. L’amore? «Bah, dovrebbe essere simile al silenzio». Sarà perché è a Verona, ospite della rassegna Sorsi d’Autore della Fondazione Aida, ma per tutta l’intervista tiene un bicchiere di vino vicino. Non mette punti ai suoi discorsi, li ferma solo con sorsate rapide. «Sono ricaduto nell’alcolismo, perché morire astemio sarebbe come accordare un vantaggio sleale alla morte».

Era il 2012 quando dal salotto di La7 Corona confidava a Daria Bignardi che aveva smesso perché «è una fuga sbagliata dal dolore» in fondo «certi vini contraffati, che arrivano solo da noi a Erto, hanno ucciso più gente che la diga del Vajont». In quell’occasione, aveva detto di essere stanco: aveva ceduto abbastanza di se stesso alla voracità mondana. Ma non ha smesso con i libri, non l’ha fatta finita con le ospitate televisive. «Sono un vanitoso», così calcia via le definizioni degli altri. Afflitto dalla giostra della notorietà che alza sempre di più la posta e dunque la caratura dei suoi, talvolta assurdi, epigrammi, sembra, in alcuni sguardi, lasciar vedere, per un attimo, quella «forza esausta» che attribuisce, invece, alla nostra epoca.

Una volta ha detto che ha paura di morire frainteso. È ancora così?

Faccio da anni il comico con una certa serietà. Ma sono talmente azzoppato dalla mia vanità che finisco sempre per essere uno sconfitto. Ad esempio, ho appena scritto un libro buono che vende ma non mi basta: vorrei il Nobel. Il fallimento è inversamente proporzionale a quello che desideri. Quindi mi presto a questa recita, una finzione molte leale. A volte mi pesa, perché io sarei, per natura, un “appartato”.

Un appartato e, addirittura, un timido…

Fa caldino qui, bisognerebbe aprire spazi (si sventola un po’ la maglietta per allontanare l’afa della stanza, ndr). Dov’eravamo? Ah sì, certo che sono timido, incerto, indeciso, impaurito, titubante. Solo gli imbecilli non sono timidi. Ma una persona leggermente intelligente si lascia arrossire. Anche perché la timidezza fa provare le emozioni dieci volte più potenti.

Forse, troppo potenti per lei che si è definito un “alcolizzato per timidezza”?

Una volta bevevo “petrolio”. Quella droga dei poveri che ha devastato anche mio padre e mia madre. Ho detto basta il 27 agosto di 5 anni e mezzo fa e non ho più toccato una goccia. Ma poi mi è venuta nostalgia delle bevute. Nella mia bocca sta bene soprattutto il vino e la birra scura, anche se i 12 gradi adesso mi sembrano acqua minerale. Ci vado cauto, perché so che è una ricaduta e la voglio gestire.

A sinistra il vero Corona, a destra la caricatura di Crozza

Ha bevuto, scolpito, scalato, scritto. Una volta ha detto che ha fatto tutte queste cose per non spararsi. È così?

Io non sono l’intellettualino con la “r” moscia: ho vissuto gli stadi dalla miseria, uno per uno. Scalare, scolpire e scrivere è alla fine dei conti la stessa roba. Un modo per togliere. Se sei sulla parete e trovi un passaggio difficile nella roccia devi leggerla, eliminare movimenti, non aggiungerli, sennò cadi. La scultura e la scrittura? Anche lì, bisogna togliere per vedere.

Vedere cosa?

Che alla fine si può vivere con poco.

Addirittura con quasi niente, come il titolo del suo ultimo libro. Un omaggio all’amico Rigoni Stern…

«È tutto niente» ha detto Mario alla moglie Anna sul letto di morte. Io e Luigi Maieron ( “Quasi niente” è il primo esperimento scritto a quattro mani di Corona, ndr) ci siamo messi a chiacchierare su questo nulla. Le necessità della vita sarebbero poche, ma ormai siamo diventati tutti eroinomani di oggetti. Bisogna semplificare la vita, non complicarla con tutti questi patrimoni di cose da difendere.

A cosa lei non può rinunciare?

Un buon bicchiere di vino, come quello di stasera. Ma mi andava bene anche uno dozzinale, preso al supermarket. Non voglio viziarmi, devo aver bisogno, così riesco ad apprezzare.

 


Un principio che si potrebbe applicare a tutto.

Anche alla montagna. Io non colleziono cime, posso stare mesi senza scalare. Mi fanno ridere gli amici che si fanno belli per novanta salite in un anno. Io ne posso fare anche solo una, ma buona.

È così selettivo anche con l’amore?

Amare è una roba seria che quasi nessuno sa praticare. Io ho avute amarezze a non finire. Oggi permetto solo che mi si dica “tentiamo”, sono troppo facili da dire i “ti amo”. Non sono mai stato un uomo di corteggiamenti, vado per le spicce, non ti pago la pizza per nove mesi per far quello che posso fare subito. Poi ti voglio bene, se è il caso. Anche perché io, i miei amori, prima di metterli in orizzontale, li sottopongo alla prova del verticale.

Che vuol dire?

Io, una donna, prima la faccio venire in montagna. Se gli occhi le brillano quando vede un bel bosco, allora la posso portare tra le mie lenzuola.


E così che iniziò con sua moglie?

Io e lei ci si capì con uno sguardo.

Ammette da anni di esserle assolutamente infedele…

Sono un traditore nato, ma non perché sono un bastardo. È che non voglio sprecare il mio tempo. L’altro giorno parlavo con un operaio, cinquantenne, qualche figlio. Una settimana dopo è andato all’autogrill ed è rimasto fulminato da un infarto.

Nel campionario delle persone che ha perso c’è qualcuno che le manca più degli altri?

Celio, uno dei miei maestri. Un uomo con una testa sopraffina, così rassegnato alla sconfitta da non fare più baruffe. Mio padre proibiva, lui, bracconiere, gran bevitore, filosofo, insegnava. Un filosofastro che mi ha spiegato le donne, il sesso. Faceva parte di quel blocco di gente straordinaria che parlava guardando. Ricordo una volta. Avevo nove anni e nessuno quel giorno poteva accompagnarmi a comosci nel bosco. «Vai da solo così impari meglio», mi disse. «C’è un’unica cosa che va fatta in due, tutto il resto puoi sempre farlo da solo». Lei signorina (dimentica il bicchiere per un attimo e mi indica, ndr) ha gli occhi svegli, sa cosa intendo.