Brusasorzi, il pittore veronese dell’humanitas eroica

A Castelvecchio una mostra ripercorre gli anni importanti della bottega dei Brusasorzi, famiglia di artisti veronese tra le più operose e amate di fine Cinquecento e inizio Seicento. E lo fa proponendo alcune opere di Domenico e del figlio Felice insieme a molte altre dei loro allievi. Ma chi era Domenico Brusasorzi e dove si possono trovare i suoi quadri?

FORSE PER I PIÙ È UN NOME sconosciuto, poco ricordato nella storia dell’arte ma Domenico Brusasorzi per Verona non lo è affatto. Se si pensa ad artisti di quel tempo vengono in mente Paolo Veronese, Tiziano, Tintoretto, Palma il Giovane, facilmente riconducibili ad uno stile unico e inconfondibile. Anche Domenico, però, seppe farsi strada nella Verona “manierista” lasciando molti capolavori oggi ammirati da migliaia di turisti che visitano la città inconsapevoli, forse, della sua importanza per la storia cittadina.

Come la maggior parte degli artisti, ha iniziato seguendo le orme del padre (pittore, miniatore e restauratore) e così fecero pure i suoi tre figli: Felice, Gianbattista e Cecilia. Dalla bottega del primogenito nacquero pittori come Sante Creara, Alessandro Turchi detto l’Orbetto, Pasquale Ottino e Marcantonio Bassetti le cui opere sono esposte nella mostra Bottega, Scuola, Accademia. La pittura a Verona dal 1570 alla peste del 1630 visitabile fino al 5 maggio nella sala Boggian di Castelvecchio.

Oltre alla sua bottega, vi era a Verona anche quella di Paolo Farinati, pittore, incisore e architetto, di otto anni più giovane. Lavorò non solo nella città scaligera ma anche a Mantova, Padova e Venezia. Fu un eccellente disegnatore come dimostra uno dei suoi più bei capolavori: Il Miracolo dei Pani e dei Pesci della chiesa di San Giorgio in Braida. Di fronte a questi artisti, Domenico seppe tessere amicizie importanti che lo portarono perfino a essere uno dei fondatori dell’Accademia Filarmonica, la più antica e prestigiosa d’Italia. I suoi primi dipinti si possono trovare nella sacrestia della chiesa di Santa Maria in Organo. Essi raffigurano paesaggi ed episodi della vita di Cristo in cui narrazione e pathos si uniscono ad uno stile naturalistico che sfocerà nei bellissimi esempi della Sala del Vescovado (1566).

LA SUA PRIMA PALA d’altare, invece, la si può ammirare nella chiesa di Santo Stefano e rappresenta Cristo che porta la croce con accanto Santo Stefano che ha le fattezze del committente, l’arciprete Giovanni Del Bene, mentre la figura del patrono Zeno rimanda a quelle del vescovo Giberti in un chiaro intento identificatorio per una più facile assimilazione di contenuti. Come ha scritto la studiosa Marina Stefani Mantovanelli, qui compare la caratteristica dominante della sua pittura: il saper infondere umanità alle sue figure che, seppur semplici, appaiono eroiche. Per Santo Stefano ha dipinto anche la cupola e le finte tribune laterali in cui compaiono angeli musicanti.

 

La pala Madonna col Bambino, tre santi e un angelo musico è stata dipinta per la chiesa di San Nazaro e mostra per la prima volta un rimando alla pittura veneziana. All’interno di San Giorgio in Braida, invece, si può ammirare la Liberazione dell’ossesso mentre in Sant’Eufemia la pala d’altare della Vergine con il Bambino e Santi in cui compaiono ancora una volta i volti dei committenti. A San Fermo troviamo poi la pala con la Crocifissione inserita nella cappella della Passione. Qui l’immagine appare cupa, fredda e distante nel dolore come nella partecipazione, ma rimane una parentesi nella sua pittura che ben presto ritorna più introspettiva.

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