A tu per tu con l’anonimo street artist Cibo

cibo street artist

Affascinati da torte, asparagi e fette biscottate sparse per Verona e dintorni abbiamo deciso di incontrare quello che preferiamo definire, dopo averlo conosciuto, un artista a tutto tondo.

Infatti, dietro a ciò che per alcuni sono solo “dei bei graffiti” si nasconde tecnica, studio e passione che diventa per Cibo lavoro e filosofia. Quest’anno festeggia i suoi primi “vent’anni su muro” ma – ci spiega l’artista che preferisce rimanere anonimo – Cibo nasce più tardi come progetto parallelo ad altri, autenticati con altre firme. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare di lui e della sua street art.

di Giorgia Castagna

Cosa l’ha spinto ad avvicinarsi a questo mondo? 

Sono rimasto affascinato dalla velocità con cui si poteva riempire un muro, dal potere comunicativo e dalla gestualità di questa passione. Il bello di questa forma d’arte è che è eterogenea, ci sono geometri, studenti dell’artistico, falegnami…ognuno porta il suo. Slegandosi dai dogmi dei musei e dalla boria dei galleristi, l’arte è tornata di tutti e questo è un bene, anche se talvolta pericoloso.

Cibo è un progetto in continua evoluzione…

 La mia scelta di comunicare attraverso immagini mi ha da sempre dato la possibilità di raggiungere un pubblico più ampio e di trasmettere concetti e idee rapidamente, ricordo che lavoro sulla strada, un ambiente veloce, con molti fruitori, ma distratti. Progetto Cibo è la risposta a molte domande, è riconoscibile, è apolitico, rende felici le persone, mi permette di comunicare molti concetti con un linguaggio fresco e croccante. Per esempio con il murales “Cornucopia della biodiversità” ho voluto descrivere le specie utili in agricoltura per la lotta biologica, valorizzando questi piccoli insetti che ci permettono di gustare gli ortaggi senza aggiunta di prodotti chimici. Naturalmente non sono didascalico, ma nemmeno criptico, un occhio attento vede i dettagli che inserisco e può cercare ulteriori informazioni per conto proprio e farsi un’opinione.

Chi si nasconde dietro a Cibo?

Io sono Cibo, ma lo siamo un po’ tutti, d’altronde non siamo quello che mangiamo?! Fortunatamente negli anni ho attirato a me molte persone che hanno appoggiato la filosofia di Cibo e posso avvalermi di molte professionalità: dal musicista che mi compone le musiche per i miei video, all’amico che mi porta birre in cantiere.

Da cosa è influenzata maggiormente la sua ricerca?  

Ho avuto la fortuna di essere grafico e fotografo per una testata nazionale di enogastronomia, avevo un blog di viaggi culinari e come dice mia madre “sono più grande dentro di fuori”. Nella ristorazione ho coperto ogni mansione, dalla cucina alla sala, dal banco di un “locale vip” alla peggior osteria di paese. Viviamo in un Stato che dovrebbe avere i piatti tipici nell’inno nazionale e personalmente sono rimasto qui, perché altrimenti vivrei di nostalgia. In Italia, e specialmente a Verona, le tradizioni agricole e culinarie sono un vanto, io non faccio altro che elogiarne ulteriormente il territorio, le tradizioni, la tipicità. Tutto ciò è ispirazione!

Perché dipinge? 

Perché non potrei farne a meno!


Come vive l’illegalità, insita nella sua arte? 

Essere artisti è uno stile di vita molto difficile, bisogna abbandonare le leggi consone per darsi delle regole proprie. In alcuni casi non ti daranno mai il permesso, ma un intervento artistico è quasi d’obbligo e con buona probabilità nessuno si lamenterà. I parchetti pubblici per esempio: i bambini sono i primi che devono avere dei disegni sui muri, eppure nessuno pensa di recuperare quelli rovinati. Il mio lavoro? Vedo il disagio e faccio ordine. Tante volte mi chiamano per cancellare orribili scritte indicandomi le particolarità gastronomiche dell’area o che tale casa è abbandonata e perciò non ci sarà denuncia.

L’abc per ‘affrescare’ un muro? 

Pensa in grande! Dietro ad un murales ci sono almeno altri due terzi del tempo in progettazione, sopralluoghi e ricerca. Il mio è un lavoro con una grande valenza sociale, in un certo senso faccio violenza pure io, devo sempre pensare che il mio disegno andrà a cambiare il paesaggio e devo essere obiettivo.


C’è un messaggio che vuole trasmettere con i suoi pezzi? 

Cerco di riportare un po’ di cultura, valorizzare il territorio e, se possibile, “strappare un ragionamento”. Non si deve pensare all’arte di strada come le altre arti. È un’ idea e come tale non è per sempre, ieri non c’era, domani chissà, tra dieci anni la si cancella per farne un’altra. Per quanto io voglia far durare i miei lavori, la vera opera d’arte sta nei ricordi di chi l’ha vista.

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