Maraje e ceffi: la Verona dei veronesi di una volta

fotografia

Inaugurata domenica 19 novembre la seconda edizione di una mostra collettiva che racconta la Verona degli anni ’70 e ’80 con gli scatti di quelle “maraje” e di quei “ceffi” che la animavano.

di Giulia Zampieri

L’ARCO DEI GAVI, come ritrovo dei punk. San Lorenzo e i suoi “folletti”e poi “Schinetti”, “Rana“ e lo “Spuma”. Sono questi, e molti altri, i luoghi e i volti che rivivono nel bianco e nero delle istantanee di “Maraje e Ceffi”, la mostra fotografica curata dal consorzio di architettura esperienziale 37100 che sarà ospitata fino al 18 gennaio presso la temporary gallery Terrazza Bar Al Ponte. Dopo la prima fortunata edizione del 2004 “Maraje: come eravamo… a Verona” arriva anche la seconda tappa di questa storia collettiva raccontata attraverso le fotografie, scovate nei cassetti, di chi ha vissuto gli anni ’70 e ’80 in sella a un Ciao. Gli scatti infatti, provenienti da amici ma non solo, sono i ricordi dei tantissimi che a partire dall’estate, ci racconta Sergio Rocca, curatore e direttore di 37100, hanno deciso di condividere un frammento della propria gioventù, tutta rigorosamente veronese. Dopo mesi di attenta selezione, ha preso vita così questo secondo capitolo, dallo spirito goliardico e scanzonato. Ci sono i ritratti di gruppo, le “maraje”, e quelle sigarette fumate fuori dal Bar Stuzzichino, storico locale in Via Cattaneo. C’è l’Arco dei Gavi, un tempo luogo di ritrovo per i punk della città. E poi la Maraja dei “Persi”, quella del “Torrione” e della “Muretta“. E gli intensi primi piani dei “ceffi“, che i selfie li rubavano alle macchinette istantanee della Stazione. E poi i rumori di una città in fermento: le impennate agli Orti di Spagna, le scorribande a bordo del Ciao o i cori allo stadio della Punk Brigade. E la musica, protagonista di quegli anni: gli STMK, i Marines, gli Espansione.

«È IL RITRATTO di una generazione che è cresciuta per strada» ci racconta Sergio Rocca, il curatore, «abituata al confronto e spesso anche allo scontro, ma soprattutto alla condivisione: nella stessa sera si potevano passare 10 compagnie diverse. Tutti, anche il più timido, dovevano scendere in strada, erano obbligati a mettersi in gioco. Diversamente da oggi dove la possibilità di evitare lo scontro, o di affrontarlo solo virtualmente, c’è». Per vedersi bastava incontrarsi “allo Stuzzichino”, senza scambi messaggi o chiamate, o capitare in uno dei tanti bar che più che un luogo di ritrovo erano una vera e propria seconda casa. Il quartiere era un piccolo microcosmo, dove le diversità di estrazione sociale spesso rendevano ostili territori a pochi metri di distanza. Ma poi la domenica si finiva per diventare tutti parte di una “maraja” più grande, quella delle Brigate gialloblu, presenza costante nel cassetto della memoria di tanti. «Da queste foto emerge soprattutto lo spirito di un’epoca di grande vivacità e ricchezza, molto diversa in questo dall’omologazione di oggi.» Ma non per forza migliore, ci tiene a precisare Sergio, solo differente: «I diciottenni di adesso sanno tre lingue. Noi parlavamo il dialetto, punto». Non una tentata operazione nostalgia insomma, ma un modo per riconoscersi. E magari riconoscere in quegli scatti un viso amico. O qualche brutto ceffo con cui avete ancora un conto in sospeso.