Apologia dei nostri “no”

Aprono più porte dei “sì” sillabati dalla fretta. Se i “no”sono consapevoli, non ipotecano speranze, ma spalancano piuttosto finestre di libertà. Alberto Fezzi, penna veronese ammirata per la sua ironia che alterna il passo con la sensibilità di chi non guarda ma osserva, ha appena pubblicato un libro con un titolo di due lettere. L’abbiamo incontrato davanti…

Aprono più porte dei “sì” sillabati dalla fretta. Se i “no”sono consapevoli, non ipotecano speranze, ma spalancano piuttosto finestre di libertà. Alberto Fezzi, penna veronese ammirata per la sua ironia che alterna il passo con la sensibilità di chi non guarda ma osserva, ha appena pubblicato un libro con un titolo di due lettere. L’abbiamo incontrato davanti ad una cioccolata con troppa panna. Ha difeso strenuamente la sacralità di questa sua favola senza morale. Dicendoci pure che la permanenza, quando è opaca, assomiglia ad una forma di sopruso.

di Miryam Scandola

«È l’ottavo quindi ho superato Biancaneve». Parte a gamba tesa con l’ironia che ne accompagna la voce e il bottino, (prima del recente aggiornamento, fermo a sette libri), uscito dalla sua penna da avvocato diurno e scrittore notturno ma non solo. «Tendo ad entrare in modalità battute quando voglio creare una piccola barriera». Alberto Fezzi lo ammette subito che usa l’ironia come, in fondo, deve essere usata, ovvero come plastica protettiva della propria sensibilità. Ha detto che non avremmo dovuto parlare troppo del “no”, che ha messo come titolo del suo libro. Ma ci è tornato lui, dopo un paio di frasi, a rivendicare il diritto di dire a gran voce quelle due benedette lettere. «Mentre venivo qua pensavo ad un  mio amico, lui è il classico che “va ben tutto” nelle relazioni. Io difendo il diritto a dire no, come scelta di libertà» anche e soprattutto di fronte a certi sì deboli e Copertina libro "No"decolorati. Ha scritto un libro (No!, Historica Edizioni 2017) che è la cronaca di un amore breve spalmato negli anni. Da autore, o meglio, da re dell’istante come direbbe Davide Vogel, a intervalli regolari fa incontrare i due protagonisti, Chiara e Edoardo. Si vedono cinque volte in tutto, lungo 15 anni di barbe cresciute, reggiseni riempiti, apparecchi per i denti abbandonati. Si accompagnano senza quasi guadarsi «dalla mestizia delle scuole medie» fino all’età adulta. Un paio d’ore e poi mesi a disegnare con la mente abbracci ipotizzati, perché, in fondo, la densità dell’amore chi la decide? Anche ridotto in brevi segmenti intensi, rimane, comunque un modo di offrirsi in ostaggio, non tanto ad un’altra persona, quanto al destino di essere delusi. Perché, come ricorda qualcuno, anche volendo, l’anima non si può indennizzare. Non c’è nessuna parabola di formazione nel nuovo romanzo di Alberto Fezzi. Un percorso contraddittorio perché «ho lasciato che le cose andassero come devono andare» con la stessa impertinenza della vita.

Ci diamo appuntamento in uno spazio facilmente romanzabile: un bar a San Massimo. Per scoprire, come prima cosa, cosa beve, in un pomeriggio sporcato di sera, lo scrittore che ha esordito nel lontano 2004 proprio con il caso letterario Sognando un Negroni. «Dopo le 18 è legale la birra», la sua premessa, presto, però disattesa.

Lo scrittore che ha descritto drink dopo drink tutta Verona in Sognando un Negroni, deluderà molti con questa cioccolata.

Credo sia la prima dopo tre anni. Mi hanno regalato una spina per la birra. Un disastro: non esco più di casa ormai.

Eppure sembra un uomo, e uno scrittore, di mondo. Sono tanti gli aspetti della vita presi a freccette dalla sua ironia

Sono i Fezzi Moments, come li chiamano i miei amici, descrizioni a margine della storia dove prendono in giro alcune cose in particolare. Per esempio, chi si fa le sigarette da solo. Tutto quell’artigianato inutile che si consuma in un minuto e mezzo. Ma anche i corsi di sommelier e i negozi vintage che non so dire se siano o meno dei tentativi di riciclaggio. Poi le feste universitarie organizzate dagli studenti di Medicina, sempre piuttosto maldestre; ai tempi, si buttavano giù un secchio di gin e stavano già male. Lo dico anche nel libro:  sono molto bravi a entrare all’interno del corpo umano, è all’esterno che sono un disastro. Da non dimenticare in elenco anche gli inviti ai matrimoni, tra lista nozze e abiti, è come se ti arrivasse la cartella esattoriale. Poi la grande questione delle pizzerie al taglio e delle persone che ci trovi dentro. Lo senti che hanno una fama boia, appena possono corrono con le bande in macchina e praticamente ti travolgono.

E così si spiega la pizzeria al taglio dei genitori della protagonista Chiara Sogni

Chiara nasce da un’idea archiviata. L’ho vista una sera, mentre camminava accanto alla madre sul Ponte della Vittoria. Piangeva di un pianto triste. Quella ragazzina sconosciuta mi è rimasta dentro per una cosa come dieci anni. Dopo l’ultimo libro, (Le addizioni femminili, Historica Edizioni, 2015) ho capito che era tempo di scrivere di lei. Le ho affidato un cognome evocativo. Più che a libri mi sono ispirato a film come One day e Dieci Inverni che, raccontano di amori dilatati negli anni e vissuti solo in maniera intermittente. C’è anche da dire che ho scelto una protagonista donna, questa volta, così non possono dire che è autobiografico. Il massimo che possono dire è che viene fuori il mio lato femminile.

Nel frattempo risponda lei alla grande domanda che il suo libro indirizza a noi. Gliela giro: un amore può durare solo 5 giorni?

Vorrei che potesse.

Ci ha provato?

Io tenderei a impostare la cosa come una serie di  singoli momenti ma mi pare di capire che non sia proprio fattibile.

Cosa le fa più paura della permanenza?

La permanenza è poco letteraria. Nella vita mi spaventa perché può diventare sinonimo di noia e di mancanza di libertà. La routine nell’amore mi è sempre sembrata una contraddizione.

Si dice che scrivere sia un modo per rendere innocue le persone che amiamo. Sono tantissime le donne che ha messo tra le sue righe, anche nei precedenti libri. Ce n’è qualcuna “rapita”direttamente dalla realtà?

Giorgia di Le addizioni femminili. Quando ho messo dentro il personaggio, non stavo solo scrivendo un libro, forse stavo scrivendo una lettera. Lei l’ha letta e capita, le cose poi sono andate come sono andate. Ma credo di non averlo fatto per lei ma per me; mi sono detto delle cose.

L’ultimo libro è dedicato però a Camilla

Mia nipote che ha dodici anni. Un giorno mi ha detto: «Zio andiamo» e mi ha portato su Raptor, a Gardaland. Io non ci volevo andare e lei, una ragazzina, mi ha fatto superare un limite.

Ce la confeziona una metafora per l’amore?

Sono un po’ fuori allenamento con l’amore vissuto, quello praticato. Non riesco a dargliela. 

Ci provi.

(ride, ndr) Forse, un piedistallo troppo alto a cui dovrei imparare a segare le gambe. O insomma, una cosa simile, la metta giù meglio lei.

Segare le gambe al piedistallo vuol dire però accartocciare ogni versione idealizzata. È pronto?

Essere idealisti fino all’estremo vuol dire non stringere mai niente. Ma se l’alternativa è accontentarsi e vivere di cose opache, io sono per desiderare troppo, anche con il rischio di rimanere a mani vuote. Se lo chiede anche Chiara ad un certo punto: nasciamo astronauti e poi ci accontentiamo di essere cassieri di supermercato?

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