Verona, 13enne aggredito da coetanei: «Costretto a baciare i piedi»

Redazione

| 25/08/2025
Violenza, umiliazione e paura. Il Coordinamento Docenti dei Diritti Umani interviene sul caso: «Serve un’educazione autentica alla dignità e al rispetto».

Un ragazzo di 13 anni sarebbe stato vittima di un episodio di brutale violenza fisica e psicologica lo scorso 11 luglio, a Verona, dietro la facciata di una chiesa. Secondo la denuncia presentata dalla madre ai carabinieri lo scorso 21 agosto, il minore sarebbe stato accerchiato da sei coetanei più grandi, aggredito con calci, pugni, un colpo di chiave inglese, e infine costretto a inginocchiarsi e baciare i piedi degli aggressori.

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La dinamica, descritta nella querela, racconta di due momenti: un primo episodio con insulti e molestie mentre il ragazzo si recava al parco, seguito il giorno dopo da un presunto incontro di “scuse” che si è rivelato una trappola premeditata. Le violenze si sarebbero interrotte grazie all’intervento provvidenziale di una passante. Il ragazzo, impaurito da possibili ritorsioni, è rientrato a casa in silenzio e senza ricorrere alle cure mediche.

Ora il tribunale per i minorenni è chiamato a fare chiarezza sui fatti, mentre la madre chiede giustizia: «Mio figlio vive nel terrore da quel giorno», ha dichiarato. Il minore è già seguito in percorsi di cura per una condizione di vulnerabilità.

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Sul caso è intervenuto il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU), che ha espresso «profondo turbamento» e ha condannato l’episodio come «un atto di violenza sistemica, frutto di una cultura del branco in cui la sopraffazione viene usata come linguaggio identitario».

Il presidente del CNDDU, Romano Pesavento, sottolinea che «l’umiliazione non è solo un fatto di cronaca, ma una ferita identitaria» che rischia di segnare profondamente lo sviluppo psicologico del giovane: «Colpire un adolescente fragile significa incidere sulla sua percezione di sé e sulla fiducia nei legami sociali».

Il CNDDU ribadisce il ruolo centrale della scuola come luogo di prevenzione, chiedendo un’educazione ai diritti umani concreta e quotidiana: non più «progetti accessori», ma «esperienze vere di empatia, rispetto e cittadinanza». L’appello finale è chiaro: «La dignità violata di un ragazzo è una ferita collettiva».

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