Sudan, la guerra dimenticata: El-Fasher cade nelle mani dei ribelli

di Davide Lonardi

| 30/10/2025
Le milizie delle Forze di Supporto Rapido conquistano la città del Darfur del Nord. L’Onu parla di crimini di guerra e rischio genocidio.

Il Sudan è tornato al centro dell’allarme internazionale dopo la caduta di El-Fasher, città strategica del Darfur del Nord, conquistata dai paramilitari delle Forze di Supporto Rapido (RSF). L’esercito regolare, guidato dal generale Abdel Fattah al-Burhan, ha annunciato il ritiro, lasciando circa 250 mila civili intrappolati in una zona ormai devastata da 18 mesi di assedio.

Secondo l’Unione Africana, durante l’offensiva sarebbero stati giustiziati oltre 2.000 civili disarmati, molti dei quali donne e bambini. Medici Senza Frontiere, attiva a Tawila a 60 chilometri da El-Fasher, ha denunciato un afflusso continuo di feriti e profughi: oltre 1.000 persone sono arrivate in pochi giorni, in condizioni di grave malnutrizione e senza accesso a cure di base.

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Un conflitto che devasta il Paese

La guerra civile è iniziata nell’aprile 2023, quando il fragile equilibrio tra esercito e paramilitari è crollato. I due generali che un tempo condividevano il potere – Burhan, oggi leader di fatto del Paese, e Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti, capo delle RSF – si sono scontrati sul progetto di fusione tra le loro forze armate. Da allora, il conflitto ha provocato oltre 150 mila morti e 12 milioni di sfollati, configurando la più grave crisi umanitaria al mondo, secondo le Nazioni Unite.

Nel Darfur, la situazione è ancora più drammatica: le RSF, nate dalle milizie Janjaweed, sono accusate di pulizia etnica contro i gruppi non arabi, in particolare i Massalit, e di violenze sessuali sistematiche. Gli Stati Uniti hanno definito questi crimini come genocidio, imponendo sanzioni ai vertici paramilitari.

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Il Paese verso la frammentazione

Dopo la conquista di El-Fasher, le RSF controllano ormai quasi tutto il Darfur e parte del Kordofan, mentre l’esercito mantiene il nord e l’est, con quartier generale a Port Sudan, sostenuto dall’Egitto. Le milizie, invece, godrebbero dell’appoggio di Haftar dalla Libia orientale e di armi provenienti dagli Emirati Arabi Uniti, accuse che Abu Dhabi continua a negare.

Il rischio, ora, è quello di una nuova divisione territoriale: un Sudan spaccato in due entità rivali, come già avvenne nel 2011 con la secessione del Sud Sudan. Nel frattempo la popolazione civile è intrappolata tra carestia, violenze e totale indifferenza internazionale.

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