Pensione anticipata più lontana: il riscatto della laurea perde valore

di Redazione

| 17/12/2025
Con la Manovra il governo allunga le finestre e riduce l’efficacia del riscatto: per i laureati triennali fino a 30 mesi di contributi “sterilizzati”.

La pensione anticipata diventa più difficile da raggiungere e il riscatto della laurea perde progressivamente peso nel calcolo dei contributi. È uno degli effetti più rilevanti del maxi emendamento alla Manovra, presentato dal governo in commissione Bilancio al Senato, che introduce una stretta sulla previdenza destinata a produrre risparmi per i conti pubblici stimati in circa due miliardi di euro a regime, nel 2035.

Il primo intervento riguarda i tempi di uscita dal lavoro. Restano invariati fino al 2031 i requisiti contributivi di base, oggi pari a 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne, pur con gli adeguamenti alla speranza di vita previsti già dal 2027, ma si allunga la cosiddetta “finestra” tra il raggiungimento dei requisiti e la decorrenza della pensione. Dal 2032 l’attesa salirà gradualmente fino a sei mesi dal 2035, rendendo l’accesso all’anticipo sempre più tardivo.

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Il taglio al riscatto della laurea

La novità più penalizzante riguarda però il riscatto degli anni di studio, in particolare per chi ha una laurea breve. Finora il riscatto consentiva di anticipare l’uscita dal lavoro fino a tre anni. Con le nuove regole, ai soli fini del raggiungimento della pensione anticipata, una parte dei contributi “guadagnati” verrà progressivamente esclusa dal conteggio.

Dal 2031 saranno sterilizzati sei mesi, che diventeranno dodici nel 2032, diciotto nel 2033, ventiquattro nel 2034 e trenta mesi dal 2035. In pratica, a regime, su un riscatto di tre anni solo sei mesi varranno davvero per andare prima in pensione. Anche per i percorsi più lunghi, come la laurea magistrale, i contributi riconosciuti si ridurranno sensibilmente.

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Il discrimine non è l’anno in cui si riscatta la laurea, ma quello in cui si maturano i requisiti per la pensione anticipata. Una scelta che ha già sollevato forti critiche sindacali, con la Cgil che parla di «misura retroattiva e con profili di incostituzionalità», denunciando il rischio che contributi regolarmente pagati non producano più gli stessi effetti previdenziali.Secondo le stime, tra aumento dei requisiti, allungamento delle finestre e riduzione del riscatto, alcuni lavoratori potrebbero arrivare fino a 46 anni e 3 mesi di contribuzione prima di lasciare il lavoro.

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