Alessia Pifferi, pena ridotta a 24 anni in appello: esclusi i futili motivi
di Redazione
È stata condannata a 24 anni di reclusione Alessia Pifferi, la 40enne riconosciuta colpevole di aver lasciato morire di stenti la figlia Diana, di appena 18 mesi. La Corte d’Assise d’Appello di Milano, presieduta da Ivana Caputo, ha concesso alla donna le attenuanti generiche, ritenendole equivalenti all’unica aggravante residua, quella del vincolo di parentela.
Rispetto al primo grado, in cui era stata condannata all’ergastolo, i giudici hanno escluso l’aggravante dei futili motivi e confermato l’eliminazione della misura di sicurezza della libertà vigilata. Rimane l’obbligo di risarcimento nei confronti della madre e della sorella, costituite parti civili nel processo.
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Il processo e la nuova valutazione
La sentenza di appello ha tenuto conto anche delle risultanze peritali, che descrivono in Pifferi un “disturbo del neurosviluppo” con immaturità affettiva, pur in assenza di vizio di mente. Il collegio ha quindi ritenuto di bilanciare le attenuanti con l’unica aggravante riconosciuta, riducendo la pena a 24 anni.
In aula erano presenti la madre, Maria Assandri, e la sorella Viviana Pifferi. Quest’ultima ha commentato con amarezza: «Non è stata fatta giustizia. Ventiquattro anni per una bambina che non c’è più, lasciata morire di fame e di sete mentre la mamma andava a divertirsi». Più distaccata la madre: «Sono mamma. È mia figlia pure lei. Non me la sento di commentare».
Secondo la difesa, rappresentata dall’avvocata Alessia Pontenani, la riduzione della pena è un risultato “soddisfacente”, pur ribadendo che la donna «non è mai stata in grado di fare nulla» e che «non aveva capacità genitoriale».
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Il caso della piccola Diana
La vicenda risale al luglio 2022, quando la piccola fu trovata senza vita nel lettino dell’abitazione di via Parea, a Milano. La madre l’aveva lasciata sola per sei giorni, durante i quali la bambina morì di disidratazione e denutrizione.
L’avvocata generale Lucilla Tontodonati aveva chiesto la conferma dell’ergastolo, definendo la condotta «raccapricciante e concettualmente difficile da accettare», ma i giudici hanno optato per la riduzione della pena. La Procura Generale potrà ora presentare ricorso in Cassazione.
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